Inchiesta su susura ed estorsione a Boscoreale: a processo 9 persone

Pasquale Malvone,  

Inchiesta su susura ed estorsione a Boscoreale: a processo 9 persone

A processo le nove persone accusate, a vario titolo, di usura ed estorsione, destinatarie di un’ordinanza applicativa della misura cautelare del divieto di dimora, emessa dal GIP del Tribunale di Torre Annunziata su richiesta della Procura della Repubblica. Il riesame ha confermato l’impianto accusatorio dei nove indagati appartenenti a tre gruppi familiari distinti che agivano in maniera autonoma e distinta. Sotto le loro grinfie, una commerciante del centro storico che per troppi debiti di usura, è stata costretta a chiudere la propria attività. Dal 2017 al 2020 si era fatta prestare poco meno di 4 mila euro, ma l’avevano costretta, con modalità e tempi diversi, a farsi restituire una cifra vicina ai 40 mila euro. Nei giorni scorsi, i carabinieri della stazione di Boscoreale hanno tratto in arresto due delle nove persone (V.DS. 21 anni, H.M. 39 anni) coinvolte nell’inchiesta, beccate lontano dal loro domicilio. Il giudice ha cos’ disposto l’aggravamento della misura cautelare, disponendo gli arresti domiciliari Il 39enne, di origini marocchine, era stato arrestato in secondo momento dopo che era sfuggito al blitz del 30 giugno scorso. Erano stati i militari dell’Arma della città vesuviana ad inchiodare i responsabili. Attraverso intercettazioni telefoniche, analisi dei contenuti dei telefonini in uso agli indagati e perquisizioni domiciliari, durante le quali gli inquirenti avevano rinvenuto documenti contabili sulla presunta attività illecita posta in essere, è stato possibile ricostruire dagli inquirenti la dinamica degli eventi. Le indagini, tuttavia, non sarebbero ancora chiuse e potrebbero fornire ulteriori spunti. In base agli elementi raccolti, ci sarebbero altre vittime finite nella rete dei nove indagati. Vittime silenziose che hanno accettato di pagare senza mai trovare la forza di ribellarsi. Anche se i tre gruppi familiari agivano in maniera autonoma e distinta, nel corso delle indagini è emerso che il sistema di strozzinaggio era pressoché il medesimo. A variare erano i tassi interessi: si partiva da un minimo di 150 euro per arrivare ad un massimo di 400. A questi però, per ottimizzare al massimo i guadagni, andavano poi aggiunti gli interessi sulle rate che aumentavano nel caso in cui il debito veniva spalmato su più mesi o per rate non corrisposte. E così via. Debiti su debiti, interessi su interessi fino ad arrivare alla somma di 40 mila euro, a fronte di un prestito di poco inferiore ai 4 mila euro. Tutto ha avuto inizio con la richiesta di un prestito di 500 euro che si era fatta consegnare da uno degli indagati. Una piccola somma che le serviva per mantenere aperta la propria attività commerciale e, allo stesso tempo, per onorare altri prestiti contratti in passato. Nel 2017, dalla stessa famiglia (madre, figlio e il compagno della donna) si fa prestare altri 500 euro con gli stessi tassi di interessi (per un totale di 300 euro al mese). L’anno successivo è pronta a restituire l’intera somma pari a 1000 euro. Doveva essere la fine di un incubo e invece, salta fuori una rata non pagata da restituire con ulteriori interessi pari a 90 euro al mese, che poco dopo lievitano a 150 in virtù di un’ulteriore prestito di 200 euro. È l’inizio della fine.

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