Giovanna Salvati

Torre Annunziata. Cellulare in carcere Il genero del boss finisce alla sbarra

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata. Cellulare in carcere Il genero del boss finisce alla sbarra

Nascondeva ed utilizzava cellulari mentre si trovava rinchiuso nel carcere: rinviato a giudizio il genero del boss Giuseppe Carpentieri. È quanto hanno deciso i giudici nell’ambito del processo che vede imputato il genero del boss di Valentino Gionta, che assieme a Raffaele Della Grotta erano stati arrestati a novembre dello scorso anno. Il dettaglio spunta fuori dai verbali del pentito Pietro Izzo ed è riemerso durante una udienza nella quale proprio Carpentieri assieme a Della Grotta sono imputati con l’accusa di estorsione.
Una operazione che a novembre dello scorso anno fece emergere uno scenario inquietante portando alla luce una città sotto lo scacco della criminalità, commercianti minacciati in cambio di denaro. In manette finirono 19 persone tutte affiliate al clan Gionta gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione aggravata dal metodo mafioso, porto e detenzione di armi da sparo.
Erano tutti appartenenti ai contrapposti clan camorristici dei Gionta e del Quarto Sistema, egemoni a Torre Annunziata. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere su ordine dell’Antimafia sottolinearono come il clan, soprattutto dopo la scarcerazione di Carpentieri, stava provando a rialzare la testa. Il provvedimento fu emesso in seguito ad una articolata attività d’indagine coordinata dalla Dda di Napoli da maggio 2020 a luglio 2021, avviata all’indomani del tentato omicidio di Carpentieri Giuseppe, il 51enne ritenuto elemento di spicco del clan e genero del capo del sodalizio Valentino Gionta. Ma è proprio prima della scarcerazione che spunta l’elemento che vede Carpentieri e Della Grotta ricevere in carcere un cellulare – secondo quanto spunta dal verbale del pentito peraltro Pietro Izzo, ex estorsore del clan dei Gionta – con il quale, secondo quanto emerge dall’inchiesta, chiamava all’esterno del penitenziario. Contatti con familiari, affiliati, insomma uno strumento che utilizzava per continuare ad avere rapporti con l’esterno. Intanto proprio nei giorni scorsi era emerso durante una udienza la volontà del fondatore del clan di Palazzo Fienga, Valentino Gionta senior, di voler raccontare la sua verità. «Da un anno voglio parlare, ma non mi hanno interrogato. Sono in carcere da più di trent’anni, sono in questa “situazione” da 43-44 anni, ma è la prima volta che sto cominciando a parlare di tante cose. Allora dico ai giudici: guardatevi bene le carte e chiedetemi pure, che ve le spiego io le cose». Sembra un messaggio di ravvedimento, quello che viene fuori dal primo clamoroso interrogatorio di Valentino Gionta, il capoclan di «Fortapàsc», che alla soglia dei settant’anni ha reso per la prima volta dichiarazioni durante un processo svoltosi nel tribunale di Napoli, in collegamento dal carcere di Sassari dove sconta l’ergastolo al regime del 41-bis, Valentino Gionta.

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