Castellammare. Omicidio Carolei, via al processo d’Appello. In primo grado due ergastoli

Tiziano Valle,  

Castellammare. Omicidio Carolei, via al processo d’Appello. In primo grado due ergastoli

Acquisire i verbali degli ultimi interrogatori in aula dei collaboratori di giustizia Pasquale e Catello Rapicano e soprattutto attendere il nuovo controesame a cui dovranno essere sottoposti i pentiti nell’ambito del processo a carico di Giovanni Battista Panariello, oggi imputato davanti ai giudici del Tribunale per i Minorenni con l’accusa di aver fatto da palo per l’omicidio di Raffaele Carolei. Si apre subito con uno scontro tra accusa e difesa il processo bis a Giovanni Savarese e Gaetano Vitale, imputati ai giudici della Corte d’Appello di Napoli, per il delitto dell’ex esponente del clan Omobono-Scarpa, e condannati all’ergastolo in primo grado. A sollevare il caso, è stato l’avvocato Antonio de Martino (del collegio difensivo fanno parte anche i legali Carlo Taormina e Giuliano Sorrentino), che proprio nel corso di un’udienza relativa al processo a Panariello, aveva accusato Catello Rapicano di consultare un cellulare durante le deposizione in aula. La questione, dunque, ruota attorno all’attendibilità dei collaboratori di giustizia, che secondo la difesa sarebbe minata da una serie di contraddizioni che sarebbero emerse nel corso di diversi processi in cui hanno testimoniato. Giovanni Savarese e Gaetano Vitale, entrambi considerati dall’Antimafia al servizio del clan D’Alessandro, continuano a professarsi innocenti e hanno presentato ricorso contro la sentenza di primo grado e il collegio difensivo è convinto di avere delle carte da giocarsi per ribaltare il giudizio. A cominciare dal fatto che il corpo della vittima, scomparso ormai dal 2012, non è mai stato ritrovato. Secondo l’Antimafia – sulla scorta delle rivelazioni dei pentiti Pasquale e Catello Rapicano, che sono stati condannati a 14 anni per questo omicidio – il corpo di Raffaele Carolei sarebbe stato messo in un sacco nero, caricato in un’auto e trasportato nei capannoni di un imprenditore stabiese, considerato vicino al clan D’Alessandro. Solo qualche giorno dopo, secondo quanto riferiscono i collaboratori di giustizia, avrebbero saputo che la salma era stata gettata nel fiume Sarno. Una tesi fortemente contestata dalle difese che hanno messo in discussione la ricostruzione dell’Antimafia, ritenendo inattendibili le rivelazioni dei pentiti, sottolineando – a loro avviso – l’impossibilità di trasportare a piedi il cadavere di un uomo di grossa stazza, tra le scale strette del palazzo del rione Caporivo, dove si sarebbe consumato il delitto, prima di arrivare all’auto. Questioni che saranno riproposte davanti ai giudici d’Appello. C’è da dire che le motivazioni della sentenza di primo grado hanno condiviso in pieno la tesi dell’accusa. Secondo i giudici della Corte d’Assise di Napoli, chi ha ucciso Raffaele Carolei ha agito come una «bestia». Strangolandolo e «accanendosi» sul suo cadavere (mai più ritrovato) per bagnare nel sangue una sete di vendetta lunga otto anni. Per «rafforzare il prestigio criminale dei D’Alessandro sul territorio di Castellammare». Sono alcuni dei passaggi della sentenza emessa a marzo dalla Corte d’Assise di Napoli nei confronti di Giovanni Savarese e Gaetano Vitale.

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