Ethnos, un viaggio di 30 anni tra musiche e culture: «Così è rinato il Miglio d’Oro»
CULTURA
14 settembre 2025

Ethnos, un viaggio di 30 anni tra musiche e culture: «Così è rinato il Miglio d’Oro»

Alberto Dortucci

Torre del Greco. «Ethnos è nato quasi per caso, dall’altra parte dell’oceano. Ero in America per il mio viaggio di nozze e da lì ho organizzato la prima edizione, che si è tenuta a Ercolano, in un momento particolarissimo perché la città era amministrata da un commissario prefettizio». Gigi Di Luca sorride mentre ripercorre l’inizio di un’avventura che oggi spegne le sue prime trenta candeline. «Se ci penso, sembra impossibile: non avevamo grandi mezzi, non avevamo grandi strutture, ma già avevamo un’idea chiara. Dare voce alla diversità, costruire un racconto fatto di musiche, visioni e culture del mondo. Partivamo dal territorio vesuviano, ma il respiro era già internazionale».

Quella scintilla, nata nel 1995, ha trovato radici solide e fertili ai piedi del Vesuvio. In pochi anni Ethnos ha conquistato Ercolano, Portici, San Giorgio a Cremano e poi Napoli, in una crescita costante in grado di intrecciare due piani: la scoperta di musiche lontane e la riscoperta di luoghi «dimenticati» del territorio. «Credo che la vera magia sia stata proprio questa: portare un musicista africano, iraniano, sudamericano dentro un chiostro, una villa, uno spazio urbano da recuperare. È successo che la gente tornasse a vivere quei posti, a sentirli di nuovo propri, e al tempo stesso ad aprirsi al mondo».

In trent’anni, il festival ha visto rinascere spazi che oggi sono diventati simboli culturali: dai Quartieri Spagnoli di Napoli al Granatello di Portici, da villa Bruno a San Giorgio a Cremano a villa Campolieto a Ercolano. «Dietro ogni artista c’è una storia, e quella storia si intreccia con la nostra. Ogni concerto è stato un ponte: tra il passato e il futuro, tra la tradizione e la contemporaneità».

Il racconto di Di Luca si accende quando parla del legame con il territorio. «Ethnos non è mai stato solo un festival musicale. È un progetto di valorizzazione dei luoghi e delle comunità. Abbiamo sempre cercato di far dialogare le culture, ma anche di risvegliare l’orgoglio cittadino. Quando la politica ha capito questa visione strategica, abbinare luoghi a concerti, farli diventare attrattori, Ethnos è decollato».

La trentesima edizione – in programma fino al 5 ottobre 2025 e oggi di scena a palazzo Baronale a Torre del Greco – è il culmine di questo percorso: otto città coinvolte (record per una singola edizione della rassegna), artisti da diciotto paesi, un cartellone che spazia dalla musica alla danza, dal cinema agli incontri. Un mosaico che racconta trent’anni di resistenza culturale, senza cedere alle mode, come ama sottolineare il direttore artistico. Ma lo sguardo è già proiettato in avanti. «Il futuro passa attraverso i giovani. Non possiamo fermarci alla celebrazione, dobbiamo continuare a costruire una continuità. Per questo abbiamo creato Ethnos Generazioni, un premio per i nuovi talenti della world music. E stiamo lavorando a un progetto che mi sta molto a cuore: la Casa Ethnos. Immagino un luogo stabile, in una città della provincia di Napoli, dove organizzare concerti, laboratori per bambini, momenti di ascolto e confronto. Un punto di riferimento quotidiano per la musica e per la comunità».

Insomma, il viaggio partito trent’anni fa da un sogno transoceanico, continua.

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