L’affare smartphone, il tiktoker indagato rompe il silenzio: «Fiducia nella giustizia»
Napoli. Tutti lo ricordano per il video ‘scandalo’ girato nell’ufficio di un consigliere regionale della Campania, con la tiktoker Rita De Crescenzo, Angelo Napolitano, 47 anni, amministratore della “Am Distribution Srl”, società che commercia telefoni cellulari ed elettrodomestici con sedi a Napoli e provincia, finito al centro di un’ indagine per evasione fiscale della Guardia di Finanza di Napoli e della Procura di Nola.
I militari del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno notificato un decreto di sequestro da quasi sei milioni di euro e, tra i beni a cui sono stati apposti i sigilli, figurano anche uno yacht di 16,5 metri intestato a terzi, e un’abitazione intestata a un familiare. Il video in questione, diventato subito virale e anche pomo della discordia, risale allo scorso 8 agosto: Napolitano, che oltre a essere un commerciante è anche un influencer piuttosto noto, lo ha girato all’interno del Consiglio Regionale della Campania, con Rita De Crescenzo. Nell’ufficio del consigliere regionale Pasquale Di Fenza, esponente di “Azione”, poi espulso dal partito (“no ai processi social”, ha detto dopo aver appreso dell’inchiesta che riguarda Napolitano), lui e la De Crescenzo cantavano l’inno nazionale sventolando il tricolore.
Sui social l’imprenditore è noto anche per i suoi video provocatori, indirizzati ad altri commercianti e anche a politici, come il deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli. Immagini che totalizzano sempre moltissime visualizzazioni.
Proprio attraverso lo strumento che gli è più congeniale ha fatto sapere che, comunque, malgrado il sequestro, le sue attività funzionano regolarmente: “svolgeremo sempre il nostro lavoro quotidiano, sapevo di avere una indagine addosso; come sempre dimostrerò la regolarità nelle mie attività e ho pienamente fiducia nella Giustizia”.
“Io – dice sui social – sono dalla sua parte, e farà il suo percorso. A breve apriremo un nuovo store a Cardito. Noi lavoriamo e diamo da lavorare”. Il meccanismo, secondo gli investigatori, prevedeva offerte vantaggiose e sconti pari al costo del telefono ma senza l’Iva, se si pagava in contanti. Al cliente veniva consegnata una “bolletta” senza validità fiscale, simile a uno scontrino, stampata grazie a un apposito software gestionale e in cui veniva indicato il codice Imei del telefonino venduto.
E grazie a questo sistema, e alla “doppia contabilità”, si giustificava l’uscita dal magazzino della merce e il monitorando delle vendite, rassicurando la clientela circa l’eventuale sostituzione dei prodotti malfunzionanti. Lo sconto era ingente: per esempio 3-400 euro per un iPhone 16. Le file davanti agli store erano lunghissime e la società incassava fondi neri.
A chi telefonava per avere info, dopo avere visto la pubblicità, veniva in qualche modo fatto capire che il pagamento in contanti sarebbe stato molto vantaggioso rispetto alla moneta elettronica e quindi tracciabile: al telefono con i clienti le banconote da 100 euro (il cui colore dominante è il verde) venivano chiamate “magliette dell’Avellino”. Per gli investigatori era un modo per dire che era preferibile il contante.

