Gioacchino Murat, il sovrano visionario che anticipò la storia
«Amici miei, sono io a comandare il fuoco: mirate al petto e salvate il viso», queste le parole rivolte da Gioacchino Murat, il 13 ottobre 1815 nel cortile del castello di Pizzo Calabro, al plotone di soldati incaricato della sua fucilazione, dopo un sommario processo di poche ore che doveva fungere da legittimazione formale rispetto ad una condanna a morte già decisa a Napoli da Ferdinando IV di Borbone, ritornato sul trono regio dopo la parentesi del decennio francese.
Una morte eroica (secondo una ricostruzione dei fatti la prima scarica di fucile andò a vuoto per la commozione dei militi già al servizio di re Gioacchino), epilogo dell’illusione di Murat (sbarcato in Calabria alla guida di un manipolo di seguaci) di poter indurre alla sollevazione le popolazioni del suo ex regno. La storia ci consegna un esito ben diverso, derivato anche da quella norma del codice penale vigente, importato dal modello francese e promulgato da Murat nel 1812, che comminava la morte per chi avesse attentato alla sicurezza del regno. Di qui il detto «Gioacchino mettette ‘a legge e Gioacchino fuje ‘mpiso» che segna in modo beffardo e incauto la fine di un re “forestiero” (peraltro non certo impiccato) ma che durante un regno molto breve ha lasciato un segno importante nella storia di Napoli.
Di umili origini, figlio di locandieri, dopo il naufragio di una parentesi in seminario, abbandonato per arruolarsi nell’esercito, Murat deve la sua rapida ascesa non solo al valore militare (prode comandante della cavalleria e determinante per le vittorie di Napoleone in molte battaglie tra cui quelle di Abukir e Eylau), ma soprattutto al matrimonio con Carolina Bonaparte, la sorella dell’imperatore. L’essere cognato di Napoleone costituiva un privilegio indiscutibile, e l’ambizioso Murat ambiva al cadeau del trono di Spagna (andato dopo un biennio a Napoli a Giuseppe, fratello di Napoleone), ma Gioacchino si adattò ai voleri dell’imperatore, preferendo comunque il regno di Napoli a quello alternativo del Portogallo.
Re Gioacchino non ebbe a pentirsi della scelta; accolto trionfalmente a Napoli il 6 settembre 1808, si collegò emotivamente subito con i suoi nuovi sudditi, sedotti da un monarca guascone e donnaiolo che amava la divise sgargianti, fonte di pericolosa identificazione in battaglia (la sella del suo destriero era una pelle di tigre, immortalata nel dipinto di Gros al Louvre) che non a caso aveva fatto incidere sulla lama della sua spada il motto «L’onore e le donne». E in effetti Gioacchino Murat ebbe modo di operare una serie di interventi di grande rilievo per la prosperità del regno: la confisca dei patrimoni ecclesiastici (anche in virtù della sua militanza massonica), il riordino delle finanze, la riforma del catasto, l’abolizione dei dazi, la gratuità dell’istruzione primaria, l’adozione dei codici napoleonici con legalizzazione dell’adozione, del matrimonio civile e del divorzio.
Rimarchevole anche l’istituzione del Corpo degli ingegneri di ponti e strade (prodromico alla prima facoltà di ingegneria in Italia) nonché la realizzazione nella capitale del regno di una serie di rilevanti opere pubbliche tra cui quali l’ampliamento dell’attuale piazza Plebiscito, la costruzione di via Posillipo, dell’Orto botanico, dell’Osservatorio astronomico, del Conservatorio di musica, del manicomio di Aversa, la promozione (con la regina Carolina) degli scavi di Pompei ed Ercolano, fino all’edificazione del (pur discusso) ponte della Sanità.
Una quantità di interventi diretti alla prosperità dei sudditi che è lecito valutare come sorprendenti (anche comparativamente), specie ove si consideri la breve durata (solo otto anni) della monarchia. Un soldato come re Gioacchino non poteva naturalmente trascurare il riassetto dell’esercito del regno, che affiancò Napoleone nelle sue campagne, riservando l’unica pagina interna di gloria militare alla conquista di Capri, sottratta agli inglesi il 16.10.1808. Il legame di Murat con Napoli trova ulteriori conferme da quanto lo stesso scrisse a Napoleone: «Sono felice nei miei stati, io vivo sotto il più bel cielo della bella Italia», e nell’evoluzione delle sue scelte politiche.

Per conservare il regno di Napoli Gioacchino Murat nel gennaio del 1814 firmò un accordo di alleanza con l’Austria (tradizionale nemica di Napoleone) suscitando la comprensibile ostilità dell’imperatore, che non lo volle al suo fianco, dopo la fuga dall’isola d’Elba, nella decisiva battaglia di Waterloo (che secondo alcuni storici avrebbe potuto avere un esito diverso con l’apporto di Murat). Ed alla evidente volontà di riconquistare il trono perduto, che lo condusse alla disperata spedizione in Calabria, non deve essere rimasto estraneo il legame creatosi con Napoli.
La valutazione della figura di Gioacchino Murat, che può essere qualificato come primo (velleitario) precursore dell’unificazione dell’Italia con il proclama di Rimini del 30 marzo 1815 (un appello agli italiani per l’indipendenza e l’unità nazionale) precedente alla sconfitta finale di Tolentino, divide gli storici che generalmente ne stigmatizzano l’inesperienza ed una serie di errori politici. Resta la considerazione di come, se sia comprensibile che la memoria di Gioacchino Murat non goda di particolare considerazione in Francia, in quanto ritenuto per la sua condotta non associabile al mito di Napoleone, colpisca che non risulti adeguatamente viva neanche nella Napoli per cui tanto si prodigò.
Al di là degli studi di alcuni storici e ad una recente mostra a palazzo reale «A passo di carica: Murat di re di Napoli» dedicata a re Gioacchino nel 2015 (a duecento anni dalla morte), la capitale del suo (breve) regno si è rivelata alquanto ingrata, ricordandolo solo con una delle statue esterne di palazzo reale dedicate ai vari sovrani, peraltro irridente vittima di un motteggio popolare per la postura con cui lo si vuole (piuttosto che sprezzante della morte di fronte ai suoi giustizieri) ammettere di avere lordato lo spazio antistante. Non c’è altro che ricordi ai napoletani la figura di re Gioacchino, relegato nella toponomastica cittadina solo all’intestazione di una stradina nel quartiere Arenella.

Sicuramente il ritorno sul trono di Ferdinando IV contribuì a cancellare ogni effige o testimonianza dello sventurato monarca, ma è anche vero che negli anni successivi Napoli si è caratterizzata come città visceralmente “borbonica”, marcando re Gioacchino dello stigma di “straniero”. Non molto conosciuto è peraltro il legame che collegò Murat a Torre Annunziata, beneficiaria di una serie di interventi del monarca derivanti dall’eliminazione dei diritti feudali (il rifacimento della “strada regia” che collegava la città a Pompei, miglioramenti viari ed edilizi, edificazione dell’ intero quartiere del quadrilatero delle carceri) che contribuirono ad un marcato sviluppo commerciale che raddoppiò in pochi anni il numero degli abitanti. Si narra che al re, mentre transitava a Torre Annunziata diretto a Pompei, all’altezza della chiesa del Carmine, venne richiesta un’esenzione dal pagamento dei dazi sui materiali utilizzati per la costruzione della chiesa e il munifico sovrano pagò personalmente l’imposta dovuta.
L’empatia tra re Gioacchino e gli oplontini, dopo l’unificazione al comune di Torre dell’Annunziata del casale di Terravecchia (ricompreso nel comune di Boscotrecase) per evitare il pagamento delle gabelle intercomunali, culminò con un decreto del 19 febbraio 1810 che autorizzò il nuovo comune «a prendere il nome di Gioacchinopoli e ad ergere un monumento con un’iscrizione che perpetui la memoria della loro unione e del cambiamento del nome». Più “generosa” quindi Torre Annunziata, rispetto alla memoria di un sovrano dalla vita così avventurosa, il cui nome oggi connota non solo una via ma un intero quartiere “murattiano” (presente anche a Bari). Non c’è il monumento equestre, solo commissionato alla Real fabbrica d’armi di Gioacchinopoli (e che avrebbe dovuto troneggiare nell’attuale piazza Ernesto Cesaro), ma resta a Torre Annunziata, in piazza Nicotera, la lapide rievocativa degli anni in cui la città portò il nome di un re patriota e coraggioso che avrebbe meritato miglior fortuna, non solo in vita, ma anche nel ricordo dei cittadini di un regno che tanto amò.

