Il coraggio di diventare madre nell’era che scoraggia la genitorialità
I dati della natalità e il Paese che invecchia
LA SFIDA DELLA MATERNITA'
7 novembre 2025
LA SFIDA DELLA MATERNITA'

Il coraggio di diventare madre nell’era che scoraggia la genitorialità

Da Napoli arriva una storia controcorrente. Intanto, l’Istat ha diffuso l’ennesimo dato amaro: nel 2024 in Italia sono nati meno di 370mila bambini, il minimo storico. E anche in Campania le culle si svuotano. Nascite in calo del 6,5%
Asia Schettino
  • La fecondità media si ferma a 1,18 figli per donna
  • La maternità: percorso a ostacoli
  • Maternità vista come «affare femminile»
  • Negli altri Paesi
  • La voglia di maternità non è sparita
  • Le politiche di sostegno
  • La fotografia della Campania
  • Nascite in calo del 6,5%
  • Il sistema non incoraggia
  • Il dato nelle province

Lei ha 33 anni, sui giornali l’hanno chiamata Sara ma il suo nome è un altro, ha una grave patologia cardiaca e un sogno: diventare madre. Un sogno che molti, compresi alcuni medici, le avevano suggerito di mettere da parte. Troppo rischioso, troppo incerto. Eppure, contro ogni previsione clinica e sociale, Sara ha dato alla luce la sua bambina. La chiamano “miracolo”, ma è molto di più: è una volontà lucida, una scelta consapevole e controcorrente. E mentre mamma-coraggio stringe tra le braccia sua figlia, l’Istat pubblica l’ennesimo dato amaro: nel 2024 in Italia sono nati meno di 370mila bambini (369.944 per la precisione), il minimo storico da quando si tengono statistiche ufficiali.

 

La fecondità media si ferma a 1,18 figli per donna

La fecondità media si ferma a 1,18 figli per donna, un crollo rispetto agli anni passati e ben lontano dalla soglia del ricambio generazionale (2,1). E in un’Italia dove la natalità crolla anno dopo anno, la storia che arriva da Napoli sembra andare controvento. Il problema, ovviamente, non è che le donne italiane hanno smesso di desiderare figli. Semmai è il contesto socio-economico che scoraggia un’impennata di maternità. Anzi, rispetto al desiderio di maternità, i dati dicono non solo resiste, ma addirittura cresce. Molte donne dichiarano di voler avere due o più figli, ma poi, nei fatti, spesso ne arriva solo uno. Oppure nessuno. Il problema, dunque, non sta nella volontà, ma nella possibilità concreta di realizzarla. E questa possibilità, oggi, è sempre più fragile.

 

La maternità: percorso a ostacoli

Negli ultimi decenni, diventare madre si è trasformato in un percorso ad ostacoli. L’età media del primo figlio continua a salire — oggi è attorno ai 32,6 anni — e non è difficile capirne il motivo. Per molte donne, prima della maternità, viene tutto il resto: un lavoro stabile, una casa, un reddito sufficiente, una relazione solida. E quel “tutto il resto”, sempre più spesso, non arriva. Oppure arriva tardi, quando le energie si sono affievolite e la biologia inizia a porre limiti reali. Ma il tempo, da solo, non spiega tutto. In Italia, fare un figlio è spesso un’impresa. I servizi per l’infanzia sono carenti, soprattutto al Sud, e quando ci sono, costano. I congedi parentali sono brevi e male retribuiti, e la conciliazione tra lavoro e vita familiare resta in larga parte affidata all’iniziativa individuale. Molte donne sanno che una gravidanza può significare, ancora oggi, la fine di una carriera già precaria, o la rottura di un equilibrio faticosamente costruito. È un rischio che tante non si sentono di correre.

 

Maternità vista come «affare femminile»

A tutto questo si aggiunge un fattore culturale: la maternità è ancora vissuta, in molti contesti, come un “affare femminile”. Nonostante i passi avanti, l’equilibrio tra i ruoli resta spesso sbilanciato. Il carico mentale e organizzativo della famiglia continua a pesare soprattutto sulle donne, che si ritrovano sole nel prendere decisioni, nel gestire la quotidianità, nel tenere insieme tutte le cose. Anche questo incide sulla scelta — o sulla rinuncia. Non è un caso che in altri Paesi europei, dove le politiche per la famiglia sono più strutturate e meno punitive, la fecondità si mantenga su livelli migliori.

 

In altri Paesi

In Francia, ad esempio, dove gli asili nido sono un diritto garantito e i congedi parentali sono più generosi, il tasso di fecondità è di circa 1,8 figli per donna. Non un miracolo, ma il frutto di una società che non punisce la maternità. In Italia, invece, diventare madre richiede spesso un atto di coraggio. E, in certi casi, di resistenza. La storia di Sara lo dimostra. In un momento in cui tutto — dalla salute alla realtà economica — le diceva di rinunciare, lei ha scelto di provarci lo stesso. Ha deciso che quel desiderio, così profondo, meritava ascolto. E azione.

Ma per una una mamma-coraggio che riesce, quante altre sono costrette a rimandare, a sospendere, a rinunciare del tutto? Quante donne mettono da parte il desiderio, non perché è svanito, ma perché la vita non offre le condizioni per trasformarlo in realtà? Questa è la vera domanda che ci pongono le cifre sulla natalità. Una domanda scomoda, che va oltre i numeri e tocca la politica, il lavoro, la cultura. Che ci costringe a guardare in faccia una verità: non basta desiderare un figlio per poterlo avere. Servono tempo, condizioni, tutele. E, soprattutto, una società che non lasci le donne sole a scegliere tra la realizzazione personale e quella familiare.

 

La voglia di maternità non è sparita

Il miracolo della mamma napoletana, allora, è anche una denuncia. Ci ricorda che la maternità non è scomparsa. È soltanto diventata troppo difficile. E che, se vogliamo che i figli tornino a nascere, dobbiamo smettere di chiedere alle donne di essere eroine. Semmai sta alle istituzioni affrontare seriamente il tema senza farlo scivolare nella solita contrapposizione ideologica e politica, senza farne strumento di battaglia e di divisione. E invece, come tante altre questioni cruciali per lo sviluppo deol paese e della società, anche la questione demografica resta marginale nel dibattito pubblico, soprattutto a livello locale. Si parla di giovani, a volte, ma raramente si costruiscono politiche strutturate per trattenerli, per dare loro una prospettiva, per farli restare e metterli in condizione di costruire una famiglia.

 

Le politiche di sostegno

Gli incentivi economici, quando ci sono, sono limitati e spesso inefficaci. I servizi per l’infanzia mancano, o sono distribuiti in modo disomogeneo. E il lavoro — quando si trova — è spesso poco tutelato, mal pagato, instabile. Serve una reazione politica. Servono investimenti veri in servizi per la famiglia, lavoro giovanile, politiche abitative, pari opportunità. Ma serve anche un cambio di sguardo culturale: basta con l’idea che la maternità sia un affare privato, o un lusso da pochi.

 

La fotografia della Campania

Fino a qualche anno fa, la Campania era considerata un’anomalia demografica positiva nel panorama italiano. Mentre nel resto del Paese le culle si svuotavano, qui — tra Napoli, le province interne e i piccoli centri — la natalità riusciva ancora a reggere. Non certo ai livelli di sostituzione generazionale, ma abbastanza da illudere che il Sud potesse, in qualche modo, rallentare la crisi. Oggi quella speranza si è incrinata. I numeri più recenti parlano chiaro: anche in Campania si fanno sempre meno figli. E il ritmo con cui la curva scende fa pensare che nemmeno qui si possa più parlare di eccezione.

 

Nascite in calo del 6,5%

Secondo gli ultimi dati dell’Istat, nei primi sette mesi del 2025 in Campania sono nati 21.693 bambini, con un calo del 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La fecondità media regionale — una delle più alte d’Italia fino a poco fa — è scesa a 1,26 figli per donna, rispetto all’1,29 del 2023. Un valore superiore alla media nazionale, ma in linea con la tendenza negativa che investe tutto il Paese. A lungo la Campania ha fatto leva su una tradizione culturale dove la famiglia allargata, il legame intergenerazionale e la centralità della maternità erano ancora forti. In molte aree interne e nelle periferie urbane, la rete familiare forniva un ammortizzatore naturale: non c’erano servizi pubblici, ma c’erano le nonne, le zie, i vicini. Questo permetteva, in qualche misura, di tenere viva la natalità anche in assenza di politiche strutturate.

 

Il sistema non incoraggia

Ma negli ultimi dieci anni anche questo tessuto si è sfilacciato. Le famiglie si sono ridotte, i giovani emigrano, il costo della vita è aumentato, i lavori stabili scarseggiano. Il sistema di supporto “informale” non basta più. E il sostegno pubblico resta, per molti, un miraggio. Napoli rappresenta un caso emblematico. È la città più giovane d’Italia per età media, ma questo non si traduce più in una natalità sostenuta. I figli si fanno sempre meno, e più tardi. I dati parlano di una età media al primo figlio che ha superato i 32 anni, in linea con la media nazionale. Il motivo? Lo stesso che altrove, ma con aggravanti. La precarietà lavorativa è endemica, i salari sono bassi, gli affitti pesano, e i servizi per l’infanzia sono insufficienti. I nidi pubblici coprono solo una minima parte della domanda. E chi non può contare sulla famiglia d’origine è spesso costretto a rinunciare.

Le donne napoletane — come le loro coetanee milanesi o romane — desiderano figli. Ma sanno che metterne al mondo uno, oggi, significa scegliere tra la maternità e tutto il resto: lavoro, autonomia, stabilità. E molte, semplicemente, non se la sentono di pagare quel prezzo.

 

Il dato nelle province

Anche nelle province la situazione non è molto diversa. Seppur con ritmi più lenti rispetto al Nord, il declino della natalità investe anche realtà storicamente più prolifiche come Caserta, Salerno, Avellino e Benevento. Le aree interne, dove per anni le famiglie numerose erano la norma, oggi vedono una contrazione costante delle nascite. La fuga dei giovani, in cerca di lavoro altrove, svuota i paesi e abbassa la popolazione in età fertile. È una spirale difficile da invertire. In Campania, come nel resto d’Italia, il problema non è solo “quanti figli si fanno”, ma quante persone sono rimaste in condizione di poterli fare. Il crollo della natalità è il sintomo più visibile di una crisi che riguarda l’intera architettura sociale: lavoro, casa, welfare, istruzione, servizi. Tutto concorre a rendere la scelta di diventare genitori più difficile, soprattutto per chi parte da condizioni già svantaggiate.

 

Il pessimismo impera

In queste condizioni, non è sorprendente che molte coppie — pur desiderando figli — decidano di rimandare. A volte all’infinito. I numeri della Campania, per quanto ancora leggermente migliori rispetto ad altre regioni, non devono tranquillizzare. Anzi. Proprio perché la regione era considerata uno degli ultimi baluardi della natalità, il fatto che anche qui i tassi stiano crollando è un campanello d’allarme. Quando nemmeno dove “si facevano più figli” si riesce più a farne, significa che il problema ha superato la soglia dell’emergenza.