Il caso Bignami–Quirinale: quando alla politica serve costruire il nemico istituzionale
Lo scontro innescato dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, contro un consigliere del Quirinale per presunte dichiarazioni su un supposto “piano anti-Meloni”, rappresenta uno dei momenti più delicati dello spazio politico attuale. Non tanto per il suo contenuto — un retroscena giornalistico non verificato, rilanciato con toni accesi — quanto per la dinamica che ha immediatamente generato: la trasformazione di un’ipotesi non provata in un conflitto istituzionale.
Secondo la ricostruzione pubblicata da La Verità, un consigliere della Presidenza della Repubblica avrebbe evocato l’esistenza di manovre per frenare l’ascesa di Giorgia Meloni. Bignami ne ha chiesto la smentita, non al Quirinale nel suo complesso — come ha precisato — ma al diretto interessato. Una specifica che però non evita l’effetto politico della polemica: un partito di governo che accusa segmenti del Colle di ostilità verso la premier.La risposta della Presidenza della Repubblica è stata immediata e insolitamente dura: “ricostruzione che sconfina nel ridicolo”. Una scelta di parole che non si era quasi mai vista in questa forma. Segno di quanto la vicenda sia stata percepita come un tentativo di far entrare il Quirinale in un gioco politico che ne comprometterebbe il ruolo costituzionale.
Il punto, però, va oltre il botta-e-risposta. La questione riguarda il modo in cui una parte della destra italiana sta costruendo una narrazione di legittimazione del proprio potere attraverso la creazione di un antagonista istituzionale. È un meccanismo comunicativo ben noto: non basta più polarizzare lo scontro con l’opposizione, tradizionalmente debole; serve evocare una minaccia più alta, più pervasiva, più “di sistema”. Da qui, il frame: “il potere contro il popolo”, declinato oggi nel rapporto tra Palazzo Chigi e il Quirinale.Questo schema offre diversi vantaggi politici. Permette di compattare la base, alimentando l’idea che il leader governi contro poteri ostili. Sposta l’attenzione dai problemi concreti dell’esecutivo verso un nemico più astratto, ma più emotivamente efficace. E consente, soprattutto in tempi elettorali, di costruire in anticipo il racconto della vittoria “nonostante tutto”, o della sconfitta “a causa di trame esterne”.
Nessuna prova pubblica conferma l’esistenza di un “piano” al Colle. Ma nella logica della propaganda contemporanea non servono prove: basta un appiglio narrativo, un’allusione credibile per la propria platea, un retroscena trasformato in fatto politico. La destra, da anni, ha mostrato una grande capacità di capitalizzare questo tipo di narrazioni, alternando istituzionalità e vittimismo, moderazione e mobilitazione identitaria.Non è un fenomeno nuovo in Italia né nel mondo. Berlusconi ebbe spesso bisogno di evocare poteri occulti ostili; in altri Paesi, governi populisti hanno trovato nel contrasto con magistrature, Presidenze o organi di garanzia un modo per rafforzare la loro presa sul consenso. La differenza è che oggi queste dinamiche si consumano in tempi rapidissimi: basta un titolo, un’intervista, una smentita interpretata come ammissione indiretta.
Il caso Bignami–Quirinale va letto per ciò che è: non una reale crisi istituzionale, ma una costruzione narrativa pensata per generare tensione e produrre dividendi politici. Un sintomo della fase che attraversiamo, in cui la competizione si gioca sempre meno sul terreno della realtà fattuale e sempre più su quello della percezione.,
Eppure lo scontro con il Quirinale — anche solo evocato — resta un terreno pericoloso. In un Paese che ha fatto della neutralità del Presidente della Repubblica un pilastro della stabilità democratica, insinuare che il Colle possa agire come un partito rischia di innescare dinamiche difficili da controllare. Perché quando l’istituzione che per definizione rappresenta l’unità nazionale diventa oggetto di sospetti sistematici, la fiducia pubblica si sbriciola. E il costo, prima o poi, lo pagano tutti.

