Violenza sulle donne a Napoli e provincia, il report: nel 90% dei casi la violenza arriva dall’ex
Napoli e provincia . Ci sono donne che imparano a camminare in punta di piedi dentro la propria casa. Donne che modulano perfino il respiro per non attirare attenzioni sbagliate.
Vite sospese, corpi che tremano, cuori che sembrano chiedere scusa anche quando non dovrebbero. Eppure, accanto al silenzio di chi soffre, oggi c’è anche un movimento diverso: un fremito che cresce, una voce che torna a farsi sentire. Sono donne che scelgono di fidarsi, di parlare, di credere che la violenza non sia destino ma una prigione da cui si può uscire. Con il sostegno giusto, nel momento giusto, l’Arma dei Carabinieri di Napoli, da sempre al fianco delle persone più fragili, rinnova la sua vicinanza a tutte coloro che vivono situazioni di maltrattamento.
I nomi di Martina, Olena, Daniela e Marta restano impressi come ferite aperte: donne, diventate simbolo di una violenza che non conosce tempo, confini, pietà. Da qui riparte il lavoro del Comando Provinciale di Napoli: un’analisi approfondita del fenomeno, strumento prezioso per orientare interventi e protezione. Ciò che emerge è chiaro e doloroso: la violenza di genere è trasversale. Non appartiene a una sola classe sociale, attraversa quartieri ricchi e strade difficili, case eleganti e appartamenti modesti.
Gli autori mostrano spesso gli stessi segnali: controllo ossessivo, gelosia patologica, incapacità di accettare l’abbandono. Relazioni disfunzionali che diventano gabbie. La distribuzione degli episodi parla senza esitazioni: il 50% accade a Napoli, il 50% nei comuni della provincia.
Poi c’è il tema delle denunce, un passaggio cruciale. La maggior parte delle donne trova la forza di rivolgersi ai Carabinieri subito dopo il primo episodio: perché i fatti sono gravi, perché ci sono minori in pericolo, perché un familiare le sostiene. Altre invece arrivano dopo mesi, tra i 3 e i 6: un tempo sospeso tra paura, dipendenza, sensi di colpa, speranze tradite. Il tempo necessario per convincersi che sì, denunciare è difficile, ma restare lo è infinitamente di più. C’è un dato che pesa come un macigno: l’80% delle vittime ha figli.
Bambini che assistono, ascoltano, percepiscono. Piccoli testimoni di un dolore che non dovrebbero nemmeno immaginare. La loro presenza spesso trattiene le madri, complica fughe, rende ogni decisione più rischiosa e, nei casi peggiori diventa un’arma di ricatto nelle mani dell’autore. Il momento della separazione diventa il margine più fragile, quello in cui esplodono rabbia, ossessione, bisogno di controllo. La fine della relazione viene vissuta come una ferita narcisistica da chi trasforma il proprio disagio in violenza. Solo un caso su dieci riguarda sconosciuti o figure marginali nella vita della vittima. Tutto questo dimostra una verità che non possiamo ignorare: la violenza di genere è un fenomeno culturale e relazionale, complesso, profondo. Per fronteggiarlo serve un impegno comune: istituzioni, autorità giudiziaria, forze dell’ordine, servizi sociali, comunità.
Il Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli ribadisce il proprio impegno nel garantire ascolto, protezione e intervento immediato invitando chiunque viva nel pericolo a non restare sola. In molte caserme sono nate “stanze tutte per sé”: luoghi accoglienti, protetti, dove le donne possono parlare senza paura, lontano da sguardi estranei.
Un progetto nato dal Protocollo d’Intesa tra Soroptimist International d’Italia e il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. Sul territorio di Napoli e provincia sono già operative quattro stanze:
• Caserma di Capodimonte
• Compagnia di Caivano
• Tenenza di Ercolano
• Caserma Podgora
A volte basta un gesto semplice per cambiare tutto: una telefonata, una confidenza affidata a una Carabiniera, uno spiraglio che si apre dopo anni di buio. Perché denunciare è un passo enorme, ma non è un passo che si fa da sole.
Il silenzio non protegge. La fiducia sì.

