Giustizia, Luigi Riello guida il fronte del «No» al referendum sulla riforma
Nasce a Napoli il Comitato per il «No» al Referendum sulla riforma Costituzionale della Giustizia. Tra i promotori, l’ex procuratore generale di Napoli, Luigi Riello.
Abbiamo voluto fondare un comitato diverso nel modus operandi: vogliamo parlare ai cittadini i quali non se ne fregano nulla della separazione delle carriere. Essi sanno solo che la Giustizia non funziona, che per ottenere una sentenza civile occorrono decenni, che se si finisce sotto processo penale, si resta sulla graticola per troppo tempo, a scapito della propria vita personale e professionale. È convinzione comune che questo problema sia una faccenda per magistrati e addetti ai lavori, mentre è una questione dello Stato di diritto, della democrazia.
In che senso?
L’attuale assetto della magistratura deve essere considerato di interesse generale: lo sconvolgimento degli equilibri faticosamente realizzati nella nostra Costituzione non vulnera soltanto le carriere dei magistrati, ma la stessa separazione dei poteri dello Stato, fondamento di uno Stato di diritto.
Cosa potrebbe accadere?
Il prossimo passo potrebbe essere la sottoposizione dell’ufficio del Pubblico Ministero al potere esecutivo. La modifica della Costituzione approvata dal Parlamento di fatto demolisce proprio la tripartizione dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) e, contestualmente, l’indipendenza dell’intera magistratura.
Ma il giudice resterebbe indipendente
L’autonomia e l’indipendenza del giudice, se non abbinate a quelle del pubblico ministero, sono un bluff: al giudice arrivano i procedimenti che gli manda il Pm: se l’acqua viene regolata o inquinata alla fonte, a valle essa giunge così, non viceversa, come ci insegna la celebre favola del lupo e dell’agnello.
In primavera gli italiani saranno chiamati ad esprimersi con un referendum.
Lo strumento del referendum, fondamentale al fine di rendere effettiva la centralità della volontà popolare, è insidioso: se ne è fatto un abuso, sottoponendo al voto della gente anche questioni tecnicamente molto complesse. In questo caso, si tratta di un referendum confermativo in cui si dice sì per dire sì e no per dire no alla legge che ne costituisce l’oggetto, a differenza dei referendum abrogativo per i quali siamo stati chiamati finora a votare.
Tra i temi caldi sul tavolo, resta quello delle correnti nella magistratura.
È purtroppo vero che le correnti – in origine centri di studio e di elaborazione culturale all’interno della magistratura – sono degenerate. Il caso Palamara è solo la punta dell’iceberg, ma lo strapotere delle correnti organizzate all’interno del corpo dei magistrati non si risolve con l’abolizione del metodo democratico dell’elezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e con il ricorso alla cabala, al sorteggio, metodo bislacco ed inaccettabile che, non a caso non viene utilizzato in nessuno degli organi istituzionali dello Stato, a cominciare dalla Corte costituzionale. Oltretutto, il sorteggio previsto dalla legge è affidato al caso per la sola componente togata, mentre è temperato per i componenti laici. Se non ci fosse malafede, si sarebbe dovuto prevedere lo stesso metodo sia per i togati che per i laici. L’articolo 108 della Costituzione sancisce che i componenti del Csm devono essere eletti per due terzi da tutti i “magistrati ordinari appartenenti alle varie categorie” (giudici, pubblici ministeri, cassazionisti) e, per un terzo, dal Parlamento in seduta comune (come avviene per l’elezione del Presidente della Repubblica) “tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di servizio”. Inoltre, sono previsti degli alti quorum finalizzati a favorire scelte il più possibile condivise di autorevoli giuristi, pur espressione di diversi orientamenti culturali. Avviene, purtroppo, che – ad opera di entrambi gli schieramenti sovente siedano nel Consiglio fedelissimi dei rispettivi referenti politici, oggetto di un’indegna lottizzazione manuale Cencelli alla mano, insomma galoppino spesso trombati alle elezioni e riciclati, che vengono addirittura “chiamati a rapporto” dai partiti che li hanno espressi. E Il bello è che gli autori di questa degenerazione – che induce la stampa a identificare i componenti laici o, se preferite, diversamente togati, con il partito che li ha espressi – si dicono scandalizzati dalla divisione dei magistrati in correnti.
Come parlare alla gente?
Il nostro obiettivo è quello di far sì che le ragioni del “no” al referendum abbiano le stesse potenzialità comunicative di quelle di coloro che sono favorevoli alla legge. Il nostro sforzo sarà quello di organizzare dibattiti aperti a persone comuni, utilizzando un linguaggio semplice e chiaro. Il disegno di fondo della riforma è quello di trasformare i magistrati in burocrati. Per questo, diciamo no ai convegni di addetti ai lavori che ignorano i destinatari della riforma. Terremo una serie di incontri per coinvolgere associazioni culturali, fondazioni, scuole ed università, comunità parrocchiali e non solo. Organizzeremo gazebo nei principali quartieri di Napoli ed in provincia. Napoli e la sua provincia potranno così essere, fedeli alla loro storia e cultura, protagoniste di questa battaglia che vuole salvaguardare il sistema dei reciproci controlli tra i poteri dello Stato senza i quali la democrazia muore.
Esiste un’insofferenza al sistema dei controlli dell’attuale maggioranza di governo?
È sotto gli occhi di tutti la diffusa insofferenza delle forze politiche, oggi alla guida del Paese, al sistema dei controlli. Assistiamo a continui attacchi contro i magistrati di diversi organi, da quelli ordinari – compresi i supremi giudici della Corte di cassazione – a quelli dalla Corte dei conti e perfino della Corte penale internazionale (caso Almasri). La pericolosa tendenza è quella di sottrarre al controllo di legalità i “colletti bianchi”, i componenti della stanza dei “manovratori” che non vogliono essere disturbati. Sono state previste restrizioni in tema di intercettazioni e norme sconosciute nei Paesi della Comunità Europea, come il “capolavoro” del preavviso di arresto all’indagato dopo la relativa richiesta del Pubblico Ministero, con l’ovvia conseguenza della fuga del destinatario del cortese avvertimento, com’è puntualmente accaduto. Il nostro impegno è di lavorare affinché resti saldo il sistema dei reciproci controlli tra i poteri dello Stato che costituisce il Dna di una democrazia occidentale e che tale sistema non sia considerato un intralcio dal potere politico che ritiene invece che il voto popolare legittimi ogni comportamento. Ci proponiamo di sensibilizzare le giovani e le meno giovani come i giovani ed i meno giovani in questa battaglia a tutela della democrazia reale e non meramente declamata, incamminandoci in un comune percorso di riflessione e di impegno concreto. Non a caso, abbiamo scritto nel nostro programma che non dobbiamo dimenticare che, il più delle volte, le dittature sono state supportate da un voto popolare.
Come intercettare i reali bisogni dei cittadini?
Molti cittadini nel 2022 abbiano votato per il partito della Meloni perché attratti dal rigore con il quale tradizionalmente la destra affrontava il problema fondamentale della sicurezza che – diciamolo con chiarezza – non è mai stato in cima ai pensieri della sinistra o è stato affrontato con una sorta di imbarazzo. A questi cittadini è stato invece “tirato il pacco”, ad esempio con l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, le note restrizioni in tema di intercettazioni fino ad arrivare al capolavoro dei capolavori, sconosciuto in tutti gli Stati europei, del preavviso di arresto all’indagato dopo la relativa richiesta del Pm (della serie “io vorrei arrestarti, tu che ne pensi?”), con l’ovvia conseguenza della fuga del destinatario del cortese avvertimento, com’è accaduto.
Quali sono stati gli errori della magistratura?
I magistrati hanno commesso non pochi errori. Con la stagione di Tangentopoli, hanno avuto il grande merito di aver scoperto molte pentole maleodoranti del malaffare e di aver violato “santuari” fino ad allora ritenuti intoccabili, ma hanno avuto il demerito di lascarsi trascinare dalla foga giustizialista della pubblica opinione che, pur di certo non estranea alla rete di corruttele e di affarismi della cosiddetta prima Repubblica (ma la seconda e la terza si sono rivelate anche peggiori) si sono sentiti investiti da una sorta di missione salvifica che loro non compete, per il semplice fatto che i processi penali hanno per oggetto responsabilità individuali e non fenomeni: insomma, il clima del “rivolteremo l’Italia come un calzino” è la negazione stessa della funzione del magistrato che è il vincitore di un concorso e non è legittimato dal consenso popolare, come avviene negli Stati Uniti per i procuratori distrettuali alla Rudolph Giuliani.

