Carosello Napoletano, l’insolito film-rivista che ripercorre  50 anni di storia
CULTURA, RUBRICHE
22 dicembre 2025

Carosello Napoletano, l’insolito film-rivista che ripercorre 50 anni di storia

Luigi Luca Borrelli

Sembra attingere a qualcosa dal musical hollywoodiano, Carosello napoletano (1954), più vicino a Minnelli che a Donen, forse, nelle scenografie e nella vocazione a rappresentare la musica con immagini nitide, splendidamente fotografate, e non a caso è un film che fu premiato a Cannes (Prix International), anche se oggi risulta misconosciuto ai più in Italia.

Parliamo di uno dei tre soli lungometraggi diretti da Ettore Giannini, poco prolifico come regista ma importante sceneggiatore anche di film come Processo alla città che hanno raccontato splendori e miserie di Partenope come pochi altri. Ed è allo stesso tempo un film che oggi risulta “ostico” a livello narrativo per via della soglia dell’attenzione che abbiamo raggiunto, così bassa, seppur questo è squisito a livello figurativo: è intuibile che nacque come uno spettacolo teatrale, e ogni fotogramma ci viene consegnato come un quadro. Vorremmo immaginare uno spettacolo del genere a teatro, ognuno meriterebbe di ospitarne uno.

Rimane il fatto che per appassionati di storia campana, o più precisamene napoletana, specialmente musicale, offre una miriade di spunti per recuperare canzoni d’altri tempi che la stessa tradizione, addormentandosi, sembra aver relegato un po’ in soffitta, a partire da quella alla quale è dedicato il primo straripante numero, l’indimenticabile Michelemmà, ma anche la meno nota tra le due Carmela, famosa soprattutto nella versione di Fausto Cigliano, che riporta un passo legato al sonno che si fa “sogno” e al sogno che si fa memoria, immagine visiva: Duorme Carmè, o cchiu bello da vita è ‘o ddurmì, suonnate a me […].

Nel mezzo, prima di Anima e core in chiusura, una miriade di classici ancora sulla cresta dell’onda nel terzo millennio: E spingole francese, Maria Marì, Reginella, Guapparia, Voce e notte – messe in scena con sequenze che seguono serenate, tormenti, scenate di gelosia, mirabolanti spezzoni dove si intravedono gli interni delle case della Napoli che fu di un secolo fa.

Un tuffo nella città che tra fine Ottocento e inizio Novecento era già in piena decadenza, ancora la più abitata d’Italia e ancora regina e capitale del Mediterraneo: decenni di preparamento al torpore che poi, dopo la Prima Guerra mondiale, la porteranno a sparire dal novero delle città che contano.

Rimane da chiedersi, però, perché sia stato Paolo Stoppa scelto come protagonista, lui romano de Roma costretto a improvvisarsi con ingegno e talento figlio di una capitale diversa dalla sua; ma al cast appartengono anche una giovanissima Sophia Loren, per la quale il 1954 sarà un anno di grazia – Miseria e nobiltà e L’oro di Napoli – tra i tanti, ma anche fuoriclasse del mondo dello spettacolo europeo: memorabili specialmente la bellissima ballerina Yvette Chauviré e il balletto indimenticabile creato da Leonide Massive, che si cala in uno dei grandi Pulcinella della storia della spettacolo. Mezzo secolo di storia napoletana all’insegna di un magistero narrativo dominato dal colore e dalle coreografie di un Napoli onirica, sfarzosa anche nella sua povertà, abbacinante e fulgida di vita.

Giannini è indirettamente anche “responsabile” di aver sdoganato in qualche modo Pasquale Squitieri poiché lo zio di questo, il fratello del padre di Pasquale, lavorava con Ettore e introdusse il nipote nel mondo del cinema.

Leonide Massine, dal nome francesizzato ma in realtà nato Leonid Fedorovic Mjasin era appunto in realtà un russo nato a Mosca sul finire dell’Ottocento, quindi ancora in pieno zarismo. Studiò al Bolsoj, la rinomata scuola di balletto, teatro e opera musicale che fu costruito nel secondo Ottocento dalle ceneri del Petrovskij, andato bruciato durante l’incendio di Mosca delle truppe napoleoniche. Massine era un coreografo di alto livello, intriso di cultura umanistica. Come attore non prese parte a moltissime pellicole, ma fu anche nel cast di Red Shoes della coppia di registi Powell-Pressburger. Questo film, “Scarpette rosse”, rimane inderogabilmente il più grande mai girato sulla danza e sull’ossessione patologica che parte di quel mondo vive nell’affrontarla.

Mjasin o Massine, come vogliate chiamarlo, non è l’unico “internazionale” del cast. C’è anche la ballerina parigina Yvette Chauviré, che citavamo prima, spentasi ormai quasi centenaria nel 2016, prima ballerina assoluta e considerata da alcuni la più grande francese di sempre, In quali rapporti questo film è con il musical classico, hollywoodiano? Non è facile dirlo in maniera lineare. Lo si può vedere molto più vicino al musical di Vincent Minnelli che non a quello di Stanley Donen, io credo, potendo fare un paragone con i due più grandi e famosi registi di musical del ‘900. Dico Minnelli perché pare ricalcarne in parte le scenografie, al punto che alcuni scorci di “Carosello napoletano” potrebbero essere paragonati a quelli di “Un americano a Parigi”, che uscì in effetti appena 3 anni prima, nel 1951.

Nel carrozzone c’è proprio di tutto, compreso Giacomo Rondinella, ai tempi tra i più famosi interpreti della canzone napoletana, ma in realtà – e in pochi se ne ricordano – messinese di nascita, figlio però di attori intrisi di repertorio napoletano, studente all’istituto nautico, poi imbarcato, poi pugile. Voce potente, bel viso d’attore (piaceva a mia nonna anche per questo!), il cinema si accorge ben presto di lui sentendolo cantare, e lo mette davanti alla camera, dove per un decennio si dà a pellicole nazionalpopolari spesso a vocazione musicale napoletana.