Da Omero fino al Novecento: quando la fiducia diventa motore della letteratura
La fiducia è il motore della letteratura: da Omero a Orwell. Magari non appare sempre nei titoli, non è sempre dichiarata nei dialoghi, ma è ciò che tiene insieme le storie, sostiene i personaggi e permette al lettore di credere in un mondo narrativo. Senza fiducia, le trame non avrebbero tensione, i conflitti non avrebbero senso, le rivelazioni non produrrebbero emozione. Prendiamo il caso di Omero. Nell’Odissea, Penelope attende Ulisse per vent’anni. La sua fedeltà non è cieca ingenuità: è fiducia ostinata contro ogni evidenza, la convinzione che l’uomo che ama tornerà, malgrado la distanza, le difficoltà e gli inganni. Ulisse stesso vive di fiducia selettiva: deve discernere chi merita fede e chi no, in un mondo popolato da dèi ingannatori, mostri e nemici nascosti. La fiducia diventa così resistenza, speranza, strategia morale. Senza questo filo di fiducia, la storia perderebbe la sua forza emotiva e il suo significato profondo: non sarebbe l’epopea di un ritorno, ma una serie di eventi casuali. Anche nella Eneide di Virgilio la fiducia ha un ruolo centrale, ma declinato in modo differente. Enea si fida del destino, della parola degli dèi e della missione che gli è stata assegnata. La fiducia qui non è solo sentimento, ma principio guida: obbedire al progetto divino significa costruire la città futura, sacrificare il desiderio personale e fidarsi di ciò che ancora non esiste. La fiducia è, in questo senso, patto con il futuro, impegno morale che trascende l’individuo. La letteratura moderna, però, ci mostra anche il lato oscuro della fiducia: la sua fragilità e le conseguenze della sua perdita. In Otello di Shakespeare, Iago non uccide con la forza, ma insinuando il dubbio: manipola la fiducia di Otello in Desdemona fino a trasformarla in tragedia. Qui la fiducia è arma e vulnerabilità insieme. Quando Otello smette di fidarsi, perde tutto: amore, ragione, identità. Shakespeare ci ricorda che fidarsi è rischioso, ma non fidarsi è ancora più devastante. La fiducia può essere radicale e poetica, come in Don Chisciotte di Cervantes. Don Chisciotte crede negli ideali cavallereschi e nel valore della parola, anche quando il mondo deride e contraddice. La fiducia è qui atto di resistenza contro il disincanto. Sancho Panza, con la sua fiducia concreta e pragmatica, mostra che fidarsi può essere anche prudente e quotidiano. Insieme, i due personaggi illustrano i volti complementari della fiducia: quella visionaria e quella tangibile. In Italia, la fiducia ha trovato da sempre un ruolo centrale nella grande narrativa morale e sociale. I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono un esempio paradigmatico. La fiducia nella Provvidenza, ma anche nella giustizia e nella parola altrui, sostiene i protagonisti nel corso di vicende drammatiche. Don Rodrigo rompe ogni patto, mentre Renzo e Lucia imparano a esercitare una fiducia faticosa, mai ingenua. La fiducia, qui, non è sentimentalismo: è collante morale della comunità e delle relazioni sociali. Nella letteratura russa, Dostoevskij esplora la fiducia come dimensione esistenziale e teologica. Ne I fratelli Karamazov, il “Grande Inquisitore” mette in discussione la capacità dell’uomo di meritare fiducia: l’umanità, sostiene, non è degna della libertà. Alëša, il protagonista, sceglie di fidarsi comunque. La fiducia diventa atto radicale, scelta morale che resiste al cinismo e alla disperazione. La letteratura qui ci mostra che fidarsi è quasi scandaloso in un mondo lacerato, ma necessario. Il Novecento ci consegna due immagini forti della fiducia: da un lato la sua impossibilità, dall’altro la sua funzione etica. In Il processo di Kafka, la fiducia nelle istituzioni è svanita: il protagonista è intrappolato in un labirinto giudiziario incomprensibile. La fiducia è distrutta, e con essa la possibilità di orientarsi nel mondo. Al contrario, in La peste di Albert Camus, la fiducia non è cieca speranza, ma scelta etica. Fidarsi degli altri significa cooperare, resistere insieme alla calamità. Quando la fiducia viene sistematicamente distrutta, come in 1984 di George Orwell, il risultato è il totalitarismo più perfetto: nessuno può fidarsi di nessuno, nemmeno dei propri pensieri. La società diventa meccanica e sospettosa, e l’assenza di fiducia si traduce in controllo assoluto. La lezione è chiara: la fiducia non è solo virtù privata, ma fondamento politico e civile.


