Il lavoro resta un nodo centrale e la salute mentale è una priorità
YOUNG
9 gennaio 2026

Il lavoro resta un nodo centrale e la salute mentale è una priorità

Alessandra Boccia

Per anni si è parlato di “ripartenza”, di “nuove opportunità”, di “generazione resiliente”. Parole logore. I giovani che arrivano al 2026 sono, in media, più istruiti delle generazioni precedenti. Hanno studiato più a lungo, parlano più lingue, si muovono con naturalezza tra strumenti digitali complessi. Eppure sono anche più esposti. Esposti alla volatilità del lavoro, all’aumento del costo della vita, a un’idea di sicurezza che si è progressivamente ritirata. Il lavoro resta il nodo centrale. I tassi di occupazione giovanile sono migliorati rispetto agli anni più duri della crisi economica, ma la qualità dell’occupazione racconta un’altra storia. Contratti a termine, collaborazioni intermittenti, partite IVA di necessità, lavori che cambiano rapidamente forma e contenuto.

La flessibilità, presentata per anni come una risorsa, nel 2026 appare sempre più come una condizione strutturale, non negoziabile. Non si tratta solo di instabilità economica. La precarietà ha effetti più profondi: rende difficile progettare, rimanda scelte fondamentali, sposta sempre più avanti l’idea stessa di futuro. Non è un caso se parole come “rinvio” e “attesa” ricorrono spesso nei racconti dei giovani adulti. Non rinuncia, ma sospensione. Accanto al lavoro, il costo della vita è diventato il principale regolatore delle scelte. Gli affitti crescono più velocemente dei salari, soprattutto nelle grandi città. L’accesso alla casa non è più una tappa naturale del percorso verso l’autonomia, ma una conquista incerta, spesso temporanea. La casa condivisa, che per alcuni è scelta culturale, per molti resta una necessità economica. Nel 2026 vivere da soli non è più l’obiettivo implicito dell’età adulta.

Tornare a vivere con i genitori, o non andarsene mai del tutto, ha smesso di essere percepito come fallimento individuale. È diventato un fatto sociale. Una risposta razionale a un sistema che rende l’autonomia costosa e fragile. Questa pressione economica non produce soltanto difficoltà materiali. Incide sul modo in cui i giovani percepiscono il valore del lavoro, del tempo, della fatica. L’idea che l’impegno sia automaticamente ricompensato appare sempre meno credibile. Non per cinismo, ma per esperienza. Anche il rapporto tra studio e lavoro è cambiato. La laurea non garantisce più una traiettoria riconoscibile. Per alcuni resta uno strumento di mobilità sociale, per altri un investimento dal ritorno incerto. Nel 2026 la formazione continua è una necessità, ma anche una fonte di pressione: aggiornarsi, riqualificarsi, restare “competitivi” richiede tempo, risorse, energie. Accanto all’università tradizionale crescono i percorsi tecnici e professionalizzanti, come gli ITS, che promettono un ingresso più rapido nel mercato del lavoro. Ma anche qui la promessa è parziale. L’occupazione arriva, spesso, ma non sempre la stabilità. E il confine tra formazione e lavoro tende a sfumare, prolungando una fase di transizione che sembra non finire mai. Molti giovani scelgono di andare all’estero, non solo per guadagnare di più, ma per ritrovare un senso di proporzione tra sforzo e riconoscimento. Non è una fuga ideologica, quanto una migrazione pragmatica. Il 2026 non segna la fine di questo movimento, ma la sua normalizzazione. C’è poi un tema che attraversa tutte le altre dimensioni: la salute mentale.

Ansia, stress, senso di inadeguatezza non sono più esperienze marginali. Sono diventate parte del discorso pubblico, ma l’offerta di supporto resta insufficiente. I servizi sono spesso inaccessibili, costosi o sovraccarichi. La domanda supera di gran lunga la capacità di risposta. Il 2026 vede una generazione più consapevole del proprio disagio, ma non per questo più tutelata. La psicologia online colma alcuni vuoti, ma non sostituisce un sistema strutturato. E il rischio è che il disagio venga individualizzato, trattato come problema personale anziché come effetto di condizioni collettive. Non si tratta di fragilità individuale. Si tratta di esposizione prolungata all’incertezza, alla competizione, alla necessità di performare in contesti instabili.