Pandemia, crisi e guerre: i giovani chiedono che l’instabilità non diventi permanente
YOUNG
9 gennaio 2026

Pandemia, crisi e guerre: i giovani chiedono che l’instabilità non diventi permanente

Asia Schettino

Se c’è un equivoco che accompagna il racconto pubblico dei giovani è l’idea che chiedano troppo. Troppa protezione, troppo welfare, troppe garanzie. La realtà è un quadro opposto: i giovani chiedono meno di quanto abbiano chiesto le generazioni precedenti. Non domandano carriere lineari, benessere crescente, sicurezza assoluta. Chiedono che l’instabilità non diventi una condanna permanente. Dopo oltre un decennio di crisi sovrapposte (economica, pandemica, climatica, geopolitica) la generazione più giovane entra nell’età adulta con una consapevolezza diffusa: il futuro non sarà migliore per inerzia. E se non sarà migliore, almeno non dovrebbe essere ingannevole.

 

La distanza dalla politica

Il rapporto tra giovani e politica è descritto come un problema di apatia. Ma nel 2026 la parola più adeguata è distanza. Una distanza che non nasce dal rifiuto della partecipazione, bensì dalla percezione che la politica istituzionale non parli delle cose che incidono davvero sulla vita quotidiana. Lavoro, casa, formazione, salute mentale: sono questi i temi che definiscono l’esperienza dei giovani adulti. Eppure, nel dibattito pubblico, restano spesso sullo sfondo, sostituiti da slogan identitari, emergenze continue, conflitti simbolici. Il risultato è una frattura tra linguaggio politico e realtà vissuta. Non è un caso se la partecipazione assume forme intermittenti: mobilitazioni tematiche, campagne digitali, attivismo a progetto. I giovani non rifiutano l’impegno, ma diffidano delle strutture che promettono cambiamenti senza incidere sulle condizioni materiali. Nel 2026 votare non è percepito come inutile, ma come insufficiente.

 

L’idea di sacrificio

Per molto tempo ai giovani è stato chiesto di “resistere”: accettare lavori instabili, stipendi bassi, lunghi periodi di transizione in cambio di una promessa futura. Ma nel 2026 quella promessa appare sempre più debole. Non perché manchi la volontà di impegnarsi, ma perché manca la certezza che il sacrificio produca un risultato proporzionato. Il linguaggio del sacrificio ha perso forza soprattutto perché non è distribuito equamente. I giovani vedono sistemi di protezione che funzionano meglio per chi è già inserito, per chi ha contratti stabili, patrimoni familiari, reti consolidate. In questo contesto, chiedere ulteriori rinunce senza offrire garanzie minime appare poco credibile. Il rifiuto dell’eroismo non è una fuga dalla responsabilità. È una richiesta di normalità: poter lavorare senza vivere in costante incertezza, poter progettare senza dover continuamente rimandare, poter sbagliare senza che l’errore diventi irreversibile.

 

Casa, lavoro, tempo

Nel 2026 le richieste dei giovani sono sorprendentemente concrete. Non ruotano attorno a grandi visioni ideologiche, ma a tre elementi fondamentali: casa, lavoro, tempo. La casa è il simbolo più evidente della frattura generazionale. L’accesso all’abitazione non è più garantito dal lavoro, soprattutto nei centri urbani. Gli affitti assorbono quote crescenti di reddito, rendendo fragile ogni progetto di autonomia. La questione abitativa non è più un tema marginale: è uno dei principali fattori di disuguaglianza. Il lavoro, dal canto suo, non è rifiutato. Al contrario, i giovani lavorano molto, spesso in più occupazioni contemporaneamente. Ciò che contestano è l’asimmetria tra impegno e riconoscimento. La stabilità non è vista come privilegio, ma come condizione per vivere senza costante ansia. Infine il tempo. Nel 2026 il tempo è diventato una risorsa scarsa. Il tempo per formarsi, per cambiare, per prendersi cura di sé. La sensazione diffusa è quella di una corsa continua, senza tappe intermedie. E la richiesta implicita è semplice: poter rallentare senza essere espulsi dal sistema.

 

Welfare generazionale

Uno dei nodi centrali riguarda il welfare. I sistemi di protezione sociale sono stati costruiti in un’epoca di carriere stabili e percorsi lineari. Oggi faticano a intercettare biografie frammentate. Nel 2026 molti giovani si trovano in una zona grigia: lavorano, ma non accumulano diritti sufficienti; studiano, ma senza tutele; cambiano spesso posizione, perdendo continuità contributiva. La richiesta non è di assistenzialismo, ma di adattamento. Ammortizzatori più flessibili, sostegni alla transizione, servizi accessibili per la salute mentale, politiche abitative strutturali. In assenza di queste risposte, il rischio è una generazione che si percepisce permanentemente fuori dal perimetro della protezione.

 

Clima e futuro

Il tema climatico resta centrale, ma nel 2026 assume contorni più complessi. L’urgenza è evidente, ma cresce anche la sfiducia nella capacità delle istituzioni di agire con coerenza. I giovani non chiedono solo obiettivi ambiziosi, ma politiche credibili, capaci di coniugare transizione ecologica e lavoro dignitoso. I cosiddetti “green jobs” rappresentano una speranza, ma anche qui le promesse rischiano di scontrarsi con la realtà se non accompagnate da investimenti e formazione adeguata. L’eco-ansia nasce anche da questa distanza tra retorica e azione. Ciò che i giovani chiedono è un presente coerente. Coerenza tra parole e politiche, tra richieste e possibilità, tra responsabilità individuali e condizioni collettive. Non si sentono una generazione eccezionale, né vogliono esserlo. Vogliono smettere di essere un’eccezione negativa.