Cinema. «I Guappi», primo atto della trilogia di Pasquale Squitieri sulla camorra a Napoli
I Guappi di Pasquale Squitieri è ambientato nella Napoli di fine ‘800. Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, dice qualcuno. Spoiler: forse non si faranno mai. A oltre un secolo e mezzo di distanza l’esito è ancora dibattibile. Siamo in piena Belle époque, ma il grintoso Squitieri non sembra interessato a quei magici luoghi comuni che di questo periodo sono stati talvolta sfruttati – molto spesso virtuosamente – al cinema, o quantomeno lo è solo in parte: il suo è uno sguardo non nostalgico o mellifluo, distante da quello di un Max Ophuls o di un William Powell, per dire – ma criticamente ammaliato da una certa ferocia sociale, da un discorso politico che non è tanto interessato alle forme. In questo periodo storico, quello dell’ambientazione de I guappi, Napoli è ancora abbondantemente il più grande centro della penisola e la città più popolosa del Paese, come decenni prima, all’unificazione; sarà così fino alla fine della prima guerra mondiale, il vero spartiacque nella storia degli equilibri mondiali: l’evento che farà crollare tre grandi imperi e che segnerà il tramonto dell’Europa in favore dell’emergente potenza militare e industriale del Nuovo Mondo (ancora oggi gli Stati Uniti sono considerati egemoni, nonostante l’evidente decadenza). Ma è anche la guerra che segnerà il passaggio da una vecchia concezione dell’onore, della casta e della guerra a una mentalità più moderna che tende ad appiattire i rapporti umani e a incanalare lavoratori e consumatori dentro un’alienante industria di massa. Ma torniamo a Squitieri e alle sue scelte, per questo film che può essere considerato una tappa centrale di una trilogia camorristica che si apre con Camorra, film di una certa fattura artigianale niente affatto trascurabile, con Fabio Testi protagonista – come lo è qui – e che si chiude con L’ambizioso. Ugo Pirro e Michele Prisco danno manforte al regista per tratteggiare i connotati di una fascinosa quanto pericolosa camorra delle origini. Squitieri viene dall’avvocatura, è figlio della grande tradizione giuridica della città nella quale è nato, il suo sguardo anche da regista non ha mai smesso di farsi domande sulla cronaca come sulla storia, ma sempre con un certo approccio da inchiesta. “Prima di fare il regista ho fatto per molto tempo l’avvocato. Per 7 anni, nello studio di Alfredo de Masi a Napoli. Ora…non c’è secondo me affinità più coerente che tra l’attività di regista, di mettre en scene, e dell’avvocato penale. L’avvocato penale è un regista, è uno che deve costruire attorno a una vicenda umana una dialettica. Ora, è chiaro che nel Sud, essendo io figlio del Sud, essendo profondamente legato alla mia identità, le dissonanze era spaventose negli anni Sessanta…”. Non solo: anche l’attività giornalistica risultava tra le sue professioni prima di dedicarsi interamente alla regia. Anche il più grande tra i suoi successi (e forse il suo miglior film), Il prefetto di ferro, uscito nel 1977, tre anni dopo I guappi, si interroga sul rapporto tra assenza dello stato e ascesa della mafia, non senza riflessioni sul grande fallimento dell’eterna e insoluta questione meridionale. Già, la questione meridionale, i movimenti neoborbonici e tutto il resto. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a un proliferare di retorica sul tema, al punto che questo è diventato assai pop e fino ai limiti di una moda stucchevole, con la nostalgia (nostalgia poi da parte di chi, se tutto coloro che ne scrivono sono nati italiani?) per il giglio venduta come una marchetta; ma Squitieri fu un precursore del revisionismo storico su questo tema, quando parlare di conquista più che di Risorgimento era un’attività per personalità marginali e controcorrente (E poi li chiamarono briganti è anche uno dei titoli dei suoi film più tardivi e di fine carriera) e lo faceva con serietà, non per seguire il flusso che appunto al tempo non c’era (non si dimentichino, in questo senso, le bellissime biografie di Giuseppe Campolieti): il tema delle mafie che nel Meridione diventano egemoni con l’unità d’Italia ricorre spesso nella sua filmografia, non soltanto ne I guappi, uno dei suoi lungometraggi più rappresentati nel mondo, quello più tangibilmente legato alla questione, con un finale pessimista che lascia intendere che la capitale del Sud del secondo Novecento è ancora la stessa del secondo Ottocento. È un triangolo interessante di attori che sostiene il cast: Fabio Testi e Franco Nero i protagonisti maschili, due che nelle rispettive carriere hanno talvolta ricoperto ruoli similari; più prestante e dinamico il primo, più di fino e “impegnato” il secondo, che nel decennio dei Settanta abbiamo visto spesso in polizieschi di indagine giudiziaria di notorietà nazionalpopolare. E in mezzo una Claudia Cardinale in gran forma, al culmine del suo fulgore, eppure boicottata da tutto il mondo del cinema: aveva lasciato il produttore Cristaldi per diventare poi moglie di Squitieri, uomo non allineato e per giunta di destra, una mosca bianca in industria come quella del cinema, personalità dirompente e di grande intelligenza, dal carattere forse non sempre facilmente gestibile, ma fieramente indipendente (e un po’ invidiato?). Sullo sfondo, le raffigurazioni di una Napoli nota ma particolareggiata, che isola elementi architettonici specifici: palazzo Donn’Anna o Castel Sant’Elmo sono riconoscibili da chiunque, ma i frame che vengono proposti sono specifici su alcuni dettagli che si differenziano: luoghi non scontati per un film popolare e al contempo così elitario.


