Mattarella, una ferita aperta: il PG Policastro richiama lo Stato al dovere della verità
L’omicidio di Piersanti Mattarella non è solo un capitolo dei libri di storia, ma una «ferita civile ancora aperta» che interroga la coscienza della magistratura e delle istituzioni italiane. Con queste parole il Procuratore Generale di Napoli, Aldo Policastro, è intervenuto oggi alla presentazione del nuovo saggio di Miguel Gotor, “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna. 1979-1980”.
A oltre quarant’anni da quel 6 gennaio 1980, il quadro giudiziario resta monco. Se la cupola di Cosa Nostra è stata condannata come mandante, il mistero su chi premette il grilletto rimane fitto. «Conosciamo i mandanti mafiosi ma non gli esecutori materiali», ha ricordato Policastro, sottolineando come vi sia un’inchiesta tuttora aperta per dare un volto a chi uccise il Presidente della Regione Siciliana.
Il Procuratore ha lodato la ricostruzione di Gotor, capace di collegare i fili invisibili che univano la mafia, l’eversione neofascista, la massoneria occulta e i servizi deviati. È quel groviglio che Giovanni Falcone definì con l’espressione «ibridi connubi» e che, secondo Policastro, trovò in Mattarella un bersaglio necessario proprio perché l’uomo politico rappresentava una «prospettiva concreta di rinnovamento e legalità», ponendosi in scia con l’eredità morale di Aldo Moro.
L’analisi di Policastro non si è fermata alla Sicilia, citando nel volume anche ad esempio la strage della stazione di Bologna. Secondo il PG, questi eventi non furono isolati ma parte di uno scenario di destabilizzazione alimentato da tensioni internazionali e dinamiche di potere interne.
Un passaggio significativo dell’intervento di Policastro è stato dedicato al ruolo delle istituzioni stesse, dicendo che «anche la magistratura, in alcune stagioni, non è stata immune da opacità». Da qui l’appello a un presidio costante della trasparenza e dell’indipendenza degli apparati statali.
«Ogni verità negata o incompleta rappresenta un arretramento democratico. La storia rende visibili le ferite, e solo ciò che è visibile può essere davvero compreso».L’intervento si è concluso con un monito: il lavoro della storia, come quello della giustizia, è l’unico antidoto contro l’oblio e il degrado della democrazia.

