Castellammare, pizzo al porto, la vittima vessata dai Fontana: «Pagavo per non avere guai»
«Pagavo i Fontana per non avere guai». Ha aperto così la sua testimonianza l’imprenditore (un ormeggiatore del porto borbonico), secondo l’Antimafia, vittima di estorsione dei gregari della famiglia Fontana, il gruppo criminale con roccaforte all’Acqua della Madonna, rione del centro antico di Castellammare. Ieri, nell’aula Giancarlo Siani del tribunale di Torre Annunziata, si è tenuta l’ultima udienza del processo che vede alla sbarra Mauro, Francesco, Ciro e Alfonso Fontana e Cristina Schiavone. I primi quattro sono reclusi in carcere mentre la donna è agli arresti domiciliari. I cinque imputati sono accusati di estorsione aggravata dal metodo camorristico. Un processo che è scaturito da un’inchiesta dell’Antimafia – sostituto procuratore Giuseppe Cimmarotta – e condotta dagli agenti dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata. Ieri mattina in aula è stata ascoltata la vittima vessata, per la Dda, dagli imputati. «Pagavo per non avere problemi e stare tranquillo», ha detto la vittima ricordando anche un episodio che accadde il giorno del blitz che portò all’arresto dei Fontana a gennaio. Un gruppo di persone, parenti degli arrestati, eseguì una spedizione punitiva ai suoi danni danneggiando i locali del suo ufficio. L’imprenditore, durante l’udienza, ha però confermato che pagava «Mauro e Francesco Fontana anche per la loro attività lavorativa che prestavano al pontile». Una dichiarazione che conferma quella che è la tesi difensiva degli avvocati Olga Coda, Alfonso Piscino e Raffale Pucci che si fonda sul fatto che i loro assistiti ricevessero somme di denaro dall’imprenditore per il rapporto lavorativo che li legava, sancito però da un’assenza di contratto. Alla prossima udienza, fissata per i primi di marzo, saranno ascoltati in aula i collaboratori di giustizia Pasquale Rapicano e Renato Cavaliere.


