Il Barocco a Napoli: l’architettura si fa «scena»
CULTURA
18 gennaio 2026

Il Barocco a Napoli: l’architettura si fa «scena»

Domenico Tirendi

Esuberante, teatrale, profondamente urbano: il Barocco napoletano non è soltanto una stagione artistica, ma una vera e propria forma di pensiero tradotta in pietra, stucchi e colori. A Napoli il Barocco non attecchisce come semplice imitazione di uno stile importato, bensì come linguaggio autonomo, capace di dare ordine e spettacolarizzazione a una città stratificata, inquieta e attraversata da tensioni sociali, religiose e politiche. È in questo contesto che, come ha autorevolmente chiarito la storica dell’architettura Gaetana Cantone, il Barocco partenopeo si distingue per la sua vocazione spaziale e per la capacità di trasformare l’architettura in esperienza percettiva, quasi scenica. Le architetture barocche napoletane si innestano nel tessuto medievale e rinascimentale senza cancellarlo, ma piegandolo a nuove esigenze di rappresentazione e movimento. Emblematica è Santa Maria della Sapienza, dove Cosimo Fanzago orchestra marmi policromi e superfici plastiche in un equilibrio instabile e tuttavia armonioso.

Fanzago, figura cardine del Barocco napoletano, agisce come regista dello spazio: lo dimostrano San Domenico Maggiore, la Certosa di San Martino e la Cappella del Tesoro di San Gennaro, autentico manifesto di un’arte che fonde devozione, fasto e identità civica. Secondo Gaetana Cantone, uno degli elementi distintivi del Barocco napoletano è la sua dimensione “urbana”: le chiese non sono organismi isolati, ma dialogano con strade, slarghi, scale, prospettive improvvise. In questa logica rientra anche lo scenografico scalone di Palazzo Reale, luogo di passaggio e insieme di rappresentazione del potere, concepito come spazio dinamico e solenne, capace di tradurre in architettura il cerimoniale della monarchia. Qui il Barocco si fa misura civile, teatralità controllata, apparato simbolico che ordina lo spazio e lo sguardo. Basti pensare, inoltre, a Santa Maria della Concezione a Montecalvario o a San Gregorio Armeno, dove l’interno si anima di dorature, affreschi e decorazioni che sembrano prolungare all’interno il brulichio della città. Il Barocco a Napoli è un’arte che accoglie il caos e lo trasforma in racconto visivo. Accanto all’architettura, la pittura barocca napoletana conosce una stagione di straordinaria intensità. L’ombra di Caravaggio, giunto a Napoli all’inizio del Seicento, imprime una svolta decisiva: il realismo drammatico, la luce radente, la sacralità incarnata nei volti popolari diventano cifra dominante.

Da questa lezione nascono i capolavori di Battistello Caracciolo, Massimo Stanzione, Artemisia Gentileschi, fino alla pittura più luminosa e decorativa di Luca Giordano, che traduce il pathos barocco in virtuosismo e velocità esecutiva. Giordano lascia a Napoli alcune delle sue opere più significative: dagli affreschi della Certosa di San Martino, dove il racconto sacro si dilata in una vertigine luminosa, a quelli di Santa Brigida e San Gregorio Armeno, fino ai cicli monumentali del Palazzo Medici-Riccardi e di Palazzo Reale. La sua tavolozza chiara, il ritmo rapido dell’esecuzione e la capacità di fondere pathos e spettacolo traducono il Barocco in una lingua colta e insieme accessibile. Il Barocco napoletano, dunque, non è mera ostentazione, ma un linguaggio complesso che lega insieme architettura, pittura e città. Come sottolinea Gaetana Cantone, esso rappresenta una risposta colta e consapevole alla necessità di dare forma al movimento, alla fede