La strage di Adamuz, l’ultimo bilancio: 39 morti e 150 feriti
CRONACA
19 gennaio 2026

La strage di Adamuz, l’ultimo bilancio: 39 morti e 150 feriti

Rita Inflorato

La sera era scesa lentamente sull’Andalusia, quando un treno dell’operatore privato Iryo, carico di vite comuni e destini ignari, ha smesso di essere un mezzo di viaggio ed è diventato una trappola. Il treno partito da Malaga alle 18:40 e diretto alla stazione madrilena di Atocha, con 317 passeggeri a bordo, è deragliato invadendo la linea adiacente, sulla quale stava transitando un convoglio Renfe diretto a Huelva. Una spaventosa tragedia che contra circa 39 vite interrotte e 150 feriti.

L’ipotesi è che un giunto sia saltato creando uno spazio tra due sezioni di binario che si è allargato sempre di più. Le prime carrozze sono passate mentre lo spazio si allargava, poi all’ottava è avvenuto il deragliamento portando con sé anche la sesta e la settima carrozza. Un istante prima c’era il rumore regolare delle rotaie, un istante dopo il mondo si è inclinato. Il deragliamento è stato improvviso e violento. I vagoni si sono contorti, alcuni si sono ribaltati contro la scarpata, altri hanno invaso il binario opposto.

Secondo i primi bilanci diffusi dalle autorità, il prezzo pagato è stato altissimo: almeno 39 persone hanno perso la vita e oltre un centinaio sono rimase ferite, molte in condizioni gravi. Numeri che faticano a stare dentro una frase, perché dietro ogni cifra c’è un volto, una famiglia, una storia interrotta. I soccorritori hanno lavorato per ore tra lamiere piegate e sedili strappati.

Chi è sopravvissuto racconta il caos con parole spezzate. «Sembrava un terremoto», dice un passeggero, ancora con le mani che tremano. Un altro ricorda il momento in cui i bagagli hanno iniziato a volare, le persone sbalzate contro le pareti, il buio improvviso. Alcuni hanno rotto i finestrini con i martelli di emergenza, strisciando fuori tra vetri e metallo per cercare aria, per cercare aiuto. C’è chi ha chiamato casa piangendo e chi, purtroppo, non è riuscito a chiamare nessuno. Una madre racconta di aver sentito la figlia a telefono solo per pochi secondi: «Mamma, il treno è deragliato», poi il silenzio. Ore interminabili ad aspettare notizie, a fissare uno schermo spento, mentre intorno le ambulanze andavano e venivano. Altri sopravvissuti palano di sconosciuti che si tenevano per mano, di feriti che chiedevano acqua, di un’umanità improvvisa che cercava di resistere alla paura.

La Spagna si è fermata davanti a quelle immagini: i vagoni accatastati, le coperte termiche, passeggeri terrorizzati, soccorritori che scavano senza sosta. «Oggi è un giorno di dolore per tutta la Spagna. Scopriremo cos’è accaduto e o renderemo noto al pubblico», ha detto il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. Restano le domande sulle cause, su cosa abbia ceduto in un tratto ferroviario che avrebbe dovuto essere sicuro, e resta soprattutto una ferita aperta nella memoria collettiva.

Mentre le indagini cercano risposte, le voci dei sopravvissuti continuano a raccontare la stessa cosa: il rumore, il buio, la paura.