La prima pietra posta nel 1752 tra acquitrini e filari di alberi: quando Caserta sfidò Versailles
Il 20 gennaio 1752, in una pianura ancora segnata da campi coltivati, acquitrini stagionali e filari di alberi bassi piegati dal vento, accadde qualcosa che non aveva precedenti nella storia del Regno di Napoli. Quel giorno si posò una prima pietra e si lanciò una sfida. Caserta nacque così, come risposta a Versailles.A metà Settecento l’Europa era segnata dall’eredità del Re Sole. Il sistema costruito da Luigi XIV non si era limitato a riorganizzare lo Stato francese: aveva creato un modello imitabile, esportabile, quasi irresistibile. Versailles era un dispositivo di potere. Chiunque, in Europa, volesse essere considerato un sovrano moderno doveva misurarsi con quel paradigma.Carlo di Borbone, che nel 1734 aveva conquistato il trono di Napoli liberandolo dal dominio asburgico, era consapevole di questa realtà. Aveva poco più di trent’anni nel 1752, ma governava già con la maturità di chi aveva compreso una verità essenziale: il potere non vive solo nei decreti, nei trattati o negli eserciti. Vive nelle immagini, negli spazi, nei rituali. Vive nella capacità di imporsi come naturale, inevitabile, legittimo. E l’architettura era uno dei linguaggi più efficaci per raccontare questa legittimità.Versailles aveva dimostrato che un palazzo poteva diventare il centro simbolico di un intero Stato. Carlo voleva qualcosa di simile, ma non una copia. Caserta doveva essere più di una reggia: doveva incarnare un’idea nuova di monarchia, più vicina a una concezione illuminata e amministrativa del potere.La scelta del luogo fu il primo atto di questa visione. Napoli era una capitale splendida ma anche vulnerabile. Il mare la esponeva a rischi militari e sanitari: incursioni nemiche, blocchi navali, epidemie. Inoltre, la conformazione urbana, densa e stratificata, rendeva difficile qualsiasi intervento radicale di riorganizzazione del potere. Caserta, invece, si trovava nell’entroterra, in una posizione strategica, protetta, attraversata da importanti vie di comunicazione.
Il giorno della posa della prima pietra fu carico di ritualità. Le cronache parlano di una cerimonia solenne, studiata nei minimi dettagli, in cui nulla era lasciato al caso. Ogni gesto aveva un valore simbolico preciso. Nelle fondamenta vennero collocate medaglie commemorative, iscrizioni, documenti ufficiali: messaggi destinati al futuro, affinché chiunque, secoli dopo, scavando in quel luogo, potesse comprendere che lì non era nato soltanto un edificio, ma un progetto di Stato.Per dare forma a questa ambizione Carlo chiamò uno dei più grandi architetti del suo tempo: Luigi Vanvitelli. La scelta non fu casuale. Vanvitelli era un uomo di confine, figlio del barocco romano ma già proiettato verso una sensibilità più razionale, più ordinata, più moderna. Aveva assimilato le istanze dell’Illuminismo senza rinnegare la tradizione, ed era quindi l’interprete ideale di un potere che voleva apparire forte ma anche giusto, grandioso ma non arbitrario.Il progetto rispondeva a un’idea illuminista del potere: il sovrano al centro, certo, ma inserito in un sistema razionale, quasi amministrativo, in cui ogni funzione trovava il suo posto. Non c’era nulla dell’eccesso barocco più spettacolare e caotico. Tutto era misura, proporzione, controllo.Il confronto con Versailles era inevitabile e, in un certo senso, programmato. Il palazzo francese era cresciuto per stratificazioni successive, adattandosi nel tempo ai capricci, alle esigenze e alle ossessioni di Luigi XIV. Caserta, invece, nasceva da un progetto unitario, concepito fin dall’inizio come organismo completo. Quattro cortili identici, disposti secondo un rigoroso schema geometrico; un asse centrale che attraversava l’edificio come una spina dorsale; una facciata monumentale che si estendeva come un orizzonte artificiale.
Non c’era improvvisazione, ma un disegno totale, quasi utopico.Questa unità progettuale non era soltanto una scelta estetica, ma una dichiarazione politica. Significava affermare che il potere borbonico non era il risultato di una volontà personale, mutevole e arbitraria, ma l’espressione di un ordine stabile, razionale, destinato a durare. In questo senso, Caserta parlava un linguaggio profondamente moderno, anticipando in parte quella concezione dello Stato che avrebbe trovato piena espressione nei decenni successivi.Anche il parco e il sistema delle acque raccontavano questa differenza di visione. A Caserta, il giardino era infrastruttura. L’acqua, incanalata attraverso l’imponente Acquedotto Carolino, non serviva solo a creare scenografie spettacolari di cascate e vasche, ma garantiva funzionamento, igiene, produttività.Quel 20 gennaio del 1752 segnò l’inizio di un cantiere immenso, destinato a durare decenni e a coinvolgere migliaia di persone. Muratori, scalpellini, carpentieri, ingegneri, artisti: Caserta fu anche un gigantesco laboratorio sociale. Intorno al palazzo sorsero strade, abitazioni, servizi. Si sviluppò un indotto economico che trasformò il territorio. Nel cantiere si confrontavano tecniche costruttive tradizionali e innovazioni. La scala del progetto impose soluzioni nuove, sia dal punto di vista ingegneristico sia da quello organizzativo. In questo senso, Caserta fu anche una scuola. Carlo di Borbone non vide mai il palazzo completato. Nel 1759 lasciò Napoli per salire al trono di Spagna come Carlo III.Caserta non fu il capriccio di un re assoluto, costruito per celebrare se stesso, ma il progetto di uno Stato che cercava di definirsi, di modernizzarsi, di affermare la propria autonomia nel concerto europeo. Ancora oggi, la prima pietra continua a parlare. Racconta di un momento in cui il Sud d’Europa provò a riscrivere le regole del potere, a proporre un modello alternativo.

