Il sogno moderno di Vanvitelli, l’architetto che non fu mai suddito
YOUNG
20 gennaio 2026

Il sogno moderno di Vanvitelli, l’architetto che non fu mai suddito

Asia Schettino

Luigi Vanvitelli fu, prima di tutto, un uomo di passaggio tra due mondi. Nato nel 1700, all’alba di un secolo che avrebbe lentamente smontato le certezze dell’Antico Regime, visse in equilibrio tra la magnificenza del barocco e le prime, ancora incerte, istanze di una modernità razionale. Crebbe artisticamente nel solco del barocco romano, respirandone la teatralità, la potenza scenografica, il gusto per la sorpresa. Ma ebbe anche l’intelligenza di intuire che quel linguaggio stava progressivamente esaurendo la sua forza storica. Il suo sogno non era decorare il potere: era organizzarne lo spazio.Figlio del pittore olandese Gaspar van Wittel, italianizzato in Vanvitelli, Luigi ereditò fin da giovane una sensibilità particolare per la visione d’insieme. L’arte non era per lui soltanto ornamento o espressione individuale, ma costruzione di un ordine visibile. Non si formò esclusivamente come artista. La sua educazione fu anche tecnica, scientifica, ingegneristica. Studiò matematica, idraulica, statica. Disegnava come un pittore, ma pensava come un ingegnere. Questa doppia anima avrebbe segnato tutta la sua opera.Nel Settecento, l’architettura era ancora spesso concepita come arte della rappresentazione. Il palazzo doveva stupire, il tempio commuovere, la piazza impressionare. Vanvitelli non rifiutò mai del tutto questa dimensione, ma la subordinò a qualcosa di più profondo: la funzionalità. Ogni edificio, nella sua visione, nasceva da un problema concreto da risolvere. La bellezza non era un fine autonomo, ma il risultato di un equilibrio tra necessità, ordine e misura. In questo senso, Vanvitelli fu un architetto radicalmente nuovo.La Reggia di Caserta rappresenta la sintesi più alta di questo pensiero.

Non un palazzo inteso come semplice residenza reale, ma una vera e propria macchina del potere. Un organismo complesso, progettato per funzionare in ogni sua parte: residenza, sede amministrativa, centro simbolico, infrastruttura urbana. Caserta non è una somma di spazi, ma un sistema. Ogni asse, ogni cortile, ogni scala risponde a una logica precisa, leggibile, razionale. Nulla è lasciato al caso, nulla è puramente decorativo.Il sogno moderno di Vanvitelli si riconosce innanzitutto nella chiarezza delle forme. Le geometrie della Reggia sono semplici, ripetitive, quasi ossessive nella loro regolarità. Il visitatore non deve perdersi in un labirinto barocco di illusioni ottiche.Anche l’uso della decorazione segue questa logica. Vanvitelli non rinuncia agli apparati simbolici, agli stucchi, alle sculture, ma li integra in una struttura che resta sempre dominante. La decorazione non nasconde l’architettura: la accompagna. Non distrae, ma sottolinea. È un linguaggio che parla di autorità e di stabilità, non di capriccio o di eccesso. In questo senso, la Reggia di Caserta appare già lontana dagli ultimi bagliori del barocco europeo e sorprendentemente vicina a una sensibilità proto-neoclassica. Questo approccio emerge con chiarezza nell’Acquedotto Carolino, realizzato per portare l’acqua dalle sorgenti del Fizzo fino a Caserta. Anche a Roma seppe muoversi con discrezione. Il suo contributo alla Basilica di San Pietro è emblematico. Non cercò mai di imporre un segno personale e riconoscibile, ma lavorò sulla stabilità, sulla funzionalità, sulla sicurezza dell’edificio.

Al servizio dei Borbone, seppe mantenere una notevole autonomia intellettuale. Non fu un semplice esecutore di ordini. I suoi carteggi, le sue relazioni tecniche, i suoi disegni mostrano un uomo consapevole del proprio ruolo storico. Vanvitelli sapeva di lavorare a un’opera che lo avrebbe superato, e per questo era ossessionato dal metodo, dalla chiarezza, dalla trasmissibilità del progetto.Morì nel 1773, con la Reggia di Caserta ancora incompiuta. Il suo sogno continuò nei figli, in particolare in Carlo Vanvitelli, che proseguì i lavori; continuò negli allievi; continuò in un modo nuovo di pensare l’architettura come infrastruttura dello Stato.