Camorra e racket: mazzata per il clan Fabbrocino, 90 anni di carcere a capi e gregari
CRONACA
23 gennaio 2026

Camorra e racket: mazzata per il clan Fabbrocino, 90 anni di carcere a capi e gregari

Andrea Ripa

Il business delle estorsioni resta al centro dell’imponente giro d’affari gestito dal clan Fabbrocino. Anche dopo la morte dello storico padrino, Mario o’ gravunaro, la cosca dalla forte vocazione imprenditoriale, aveva mantenuto salda la gestione del racket alle aziende del territorio. Tutti si piegavano al volere del clan, tutti erano “costretti” a versare una quota nelle casse della cosca. L’inchiesta che un anno e mezzo fa ha smantellato il sistema criminale ripartito con forza dopo la riorganizzazione interna ai Fabbrocino, è la testimonianza di quanto fosse ampio il giro d’affari che si reggeva sul racket alle attività. Ma non c’è solo questo, perché il «sistema Fabbrocino» era così inserito nel tessuto sociale ed economico del territorio che gli appartenenti del clan erano diventati anche persone a cui chiedere consigli e favori. Tutto contenuto nell’ambito di una lunghissima relazione a fondamento dell’inchiesta che ha smantellato la cosca. Anche i tentativi di “eclissarsi” degli attuali reggenti che puntavano a gestire il business ed essere invisibili, i summit per le estorsioni si tenevano in un piccolo ufficio del cimitero di Palma Campania, sono venuti a galla. Tutto messo nero su bianco nell’ordinanza che a settembre del 2024 ha messo agli arresti boss, generali e gregari di una delle famiglie criminali più potenti della provincia di Napoli. A un anno e mezzo di distanza da quel blitz è arrivata la prima sentenza per quell’inchiesta. Nove condanne per quasi novant’anni di carcere e solo due assoluzioni: la decisione è stata presa dal gup Marco Discepolo al termine del processo tenutosi presso il tribunale di Napoli.

A mettere in piedi il castello accusatorio – pm Giuseppe Visone – intercettazioni e racconti che arricchiscono le duecento pagine di ordinanza su cui è stata costruita l’intera inchiesta. Condanne durissime per i vertici della cosca: 17 anni e 9 mesi sono stati inflitti a Mario Fabbrocino, cugino e omonimo dello storico padrino scomparso nel 2019; 11 anni a Michele La Marca, 11 anni a Francesco Maturo e 11 a Gennaro Nappi. Mnetre 14 anni di carcere sono stati inflitti ad Antonio Iovino, altro elemento di spicco della cosca. Tutti giudicati con rito abbreviato. Nell’elenco di coloro che sono finiti a processo non c’è il nome di Biagio Bifulco, altro esponente di primo piano della cosca dei Fabbrocino, perché ha scelto di essere giudicato con rito ordinario. Il blitz era scattato nel 2024, dopo una serie di elementi e prove raccolte nel corso dei mesi dai carabinieri di Castello di Cisterna coordinati dall’Antimafia durante la lunga e dettagliata fase investigativa. Le accuse, a vario titolo, mosse nei confronti degli indagati vanno dall’associazione di tipo mafioso, detenzione e porto di armi, estorsione, tentata estorsione fino al trasferimento fraudolento di valori: tredici le persone a finire in manette, mentre altre trenta erano finite sul registro degli indagati. Gli inquirenti riuscirono anche ad accertare il nuovo organigramma della cosca attiva tra San Giuseppe Vesuviano, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Ottaviano e le altre località del Vesuviano, riuscendo a stilare un quadro di incarichi ben preciso e all’interno del quale ognuno sapeva cosa fare. C’era chi si occupava di gestire gli affari illeciti, e questo era demandato ai vertici della cosca, ma anche chi si occupava semplicemente di fissare appuntamenti e di svolgere incarichi di “segreteria” per conto dei ras dell’organizzazione criminale. Tutto ricostruito grazie alle intercettazioni raccolte dalle forze dell’ordine.

L’ufficio nel cimitero di Palma Campania, in uso al reggente Mario Fabbrocino, era diventato il quartier generale della cosca dove si tenevano incontri e si pianificano le “attività” da mettere in campo per gli affari dei Fabbrocino. Tra le conversazioni intercettate dai carabinieri anche la richiesta di un padre di far uccidere figlio e genero, che lo picchiavano per questioni di denaro. Richiesta non accolta dal capoclan, che dispose comunque un pestaggio a carico dei due. Un clan capace di continuare ad estorcere denaro a decine di aziende nel Vesuviano, attraverso il pizzo o l’imposizione di forniture, principalmente calcestruzzo, da parte di ditte «amiche».

L’inchiesta di settembre del 2024 è l’ennesima testimonianza, laddove ce ne fosse ancora bisogno, di quanto grosso sia il giro d’affari dell’organizzazione criminale nata e attiva all’ombra del Vesuvio da quasi mezzo secolo. Il clan Fabbrocino, seppur ha ampliato il proprio giro d’affari riuscendo a mettere le mani su attività economiche e riciclando i propri capitali anche all’estero, resta fortemente radicato sul territorio dove continua a imporre la propria legge e dove gli imprenditori, per poter lavorare, continuano a versare soldi nelle casse del clan. La cosca grazie alle estorsioni ha messo le basi per il proprio impero economico e criminale sempre più sotto la lente di ingrandimento dello Stato.