Senza testimoni, la Memoria diventa più fragile. La Shoah non è solo storia
Questa mattina tra i banchi allineati di una classe, qualcuno pronuncerà parole come Auschwitz, Shoah, deportazione. Le ascolteranno ragazzi nati dopo il 2000, per i quali il Novecento è lontano quanto i secoli precedenti. Nessuno di loro ha mai incontrato un sopravvissuto. Nessuno ha mai sentito dire: «Io c’ero».
È da qui che bisogna partire, ogni 27 gennaio. Non dalla storia in sé, ma da una domanda che oggi è inevitabile: che cosa succede alla Memoria quando finiscono i testimoni?
Per decenni la Shoah è stata raccontata attraverso voci vive. Corpi segnati, occhi che avevano visto, mani che tremavano mentre mostravano un numero tatuato. La testimonianza diretta non lasciava scampo: non si poteva discutere, relativizzare, ridurre. Era lì, davanti a te. Oggi quella generazione sta scomparendo. E con essa finisce una forma di trasmissione che non tornerà più. La Memoria entra in una fase nuova. Più fragile. Più esposta. Più facile da manipolare.
La Shoah non è solo una storia
Molti pensano di conoscere già la Shoah. Campi di concentramento, forni crematori, sei milioni di ebrei uccisi. Dati, immagini, formule ripetute ogni anno. Ma la Shoah non è solo una somma di atrocità. È soprattutto un meccanismo. Ed è questo che rende la sua memoria indispensabile.
La Shoah non nasce all’improvviso. Non inizia con le camere a gas. Inizia molto prima, quando una parte della società smette di vedere nell’altra degli esseri umani completi. Quando le parole cambiano. Quando qualcuno diventa un problema, un parassita, un pericolo. Inizia quando l’odio si fa linguaggio comune, quando la discriminazione diventa legge, quando la violenza si veste di normalità. Il genocidio nazista non è stato il frutto di una follia collettiva improvvisa. È stato un progetto razionale, amministrato, burocratico. Un sistema che ha funzionato perché milioni di persone hanno fatto il proprio lavoro: timbrare documenti, compilare elenchi, guidare treni, chiudere porte. Il male non aveva sempre il volto del mostro. Spesso aveva quello dell’impiegato.
L’orrore nasce nella normalità.
C’è un pericolo che incombe su ogni Giornata della Memoria: la ritualizzazione. Quando il ricordo diventa una cerimonia, perde forza. Quando si ripete senza interrogarsi, diventa innocuo.
Ogni anno le stesse frasi: “Mai più”, “Non dimenticare”, “Ricordare per non ripetere”. Ogni anno le stesse immagini in bianco e nero, gli stessi discorsi ufficiali, gli stessi post sui social. Il rischio è che la Memoria venga percepita come un dovere formale, un appuntamento obbligato da archiviare in fretta. Un momento triste, sì, ma distante. Sicuro. Concluso.
Il paradosso è questo: la Shoah viene ricordata sempre di più, ma capita sempre di meno. Quando la Memoria smette di disturbare, smette di funzionare. Quando non mette in discussione il presente, diventa un oggetto del passato. E il passato, si sa, è comodo: non chiede responsabilità.
Indifferenza, alleata del male
C’è una parola che attraversa tutte le testimonianze dei sopravvissuti: indifferenza. Non solo odio. Non solo violenza. Indifferenza. Indifferenza di chi voltava lo sguardo. Di chi sapeva ma non voleva sapere. Di chi pensava che non fosse affar suo. La Shoah non sarebbe stata possibile senza una vasta zona grigia di silenzi, paure, opportunismi.
Ricordare oggi significa fare i conti con questa verità scomoda: non serve essere carnefici per essere complici. Basta non intervenire. Basta normalizzare. Basta abituarsi. È una lezione che riguarda il presente più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Antisemitismo oggi
C’è chi pensa che l’antisemitismo sia un problema archiviato, una reliquia del Novecento. I dati, purtroppo, raccontano altro. Crescono gli episodi di odio, le aggressioni verbali, le teorie complottiste, la banalizzazione dello sterminio. Cambiano le forme, non la sostanza. Oggi l’odio corre veloce. Viaggia nei commenti, nei meme, nelle battute “ironiche”. Si maschera da opinione, da provocazione, da libertà di parola. Auschwitz diventa un riferimento qualsiasi. La Shoah un termine di paragone abusato. Tutto si mescola, tutto si equivale, tutto si relativizza. È qui che la Memoria rischia di perdere la battaglia. Non per mancanza di informazioni, ma per eccesso di rumore.
Negazione e banalizzazione
Il negazionismo non è solo dire che la Shoah non è mai esistita. È anche minimizzare, ridurre, spostare l’attenzione. È dire “non furono sei milioni”, “anche altri hanno sofferto”, “era un altro tempo”. Ogni volta che la Shoah viene relativizzata, perde il suo significato storico e morale. Non perché sia “più importante” di altre tragedie, ma perché è unica per metodo, intenzione, organizzazione. Un progetto di annientamento totale, fondato su un’ideologia razziale, messo in atto con strumenti moderni. Difendere la Memoria non significa creare gerarchie del dolore. Significa difendere la verità.
I giovani e la memoria
Cosa resta, allora, ai giovani di oggi? Resta una Memoria senza corpi, senza voci dirette, senza presenza fisica. Una Memoria mediata da libri, film, documentari, post. Questo non è necessariamente un limite. Può diventare un’opportunità, se si cambia prospettiva. La Memoria non deve essere solo trasmissione di fatti, ma educazione allo sguardo critico. Non deve dire solo “cos’è successo”, ma “come è potuto succedere”. Perché la Shoah non riguarda solo gli ebrei. Riguarda tutti. Riguarda ogni società che smette di difendere la dignità umana. Ogni volta che qualcuno viene ridotto a categoria, a numero, a problema. “Mai più” non è una formula magica. È una scelta quotidiana. Fragile. Faticosa. Da rinnovare ogni giorno. Non solo il 27 gennaio.

