«Napoli 2.500+10»: un viaggio nella città infinita che guarda al futuro
Il San Carlo è pieno: attraversato da una vibrazione particolare, quella che si avverte quando una città decide di raccontarsi guardandosi allo specchio.
Non un debutto teatrale, non una prima d’opera, un atto di narrazione. La Napoli seduta in platea osserva la Napoli sullo schermo: da Parthenope al futuro visionario di una città con due millenni e mezzo di storia, che si propone come capitale del Mediterraneo.
è stato battesimo di «Napoli 2500 +10», il docufilm diretto da Carlo Puca, narrato da Giorgia Cardinaletti e prodotto dall’Acen – Associazione Costruttori Edili di Napoli – che ha tentato un’operazione ambiziosa e rara: ricostruire 2.500 anni di storia urbana e, nello stesso tempo, spingere lo sguardo dieci anni avanti, là dove il futuro comincia a farsi materia concreta.
Il luogo scelto non è stato neutro. Il Teatro di San Carlo, con i suoi palchi dorati e la sua memoria stratificata, è esso stesso una dichiarazione urbanistica. Un edificio che racconta potere, visione, ambizione europea. Presentare qui un film sull’evoluzione della città ha significato compiere un gesto simbolico: Napoli che si interroga su se stessa nel luogo che meglio rappresenta la sua grandezza, la sua vocazione di capitale. In platea, accanto a industriali, professionisti, protagonisti della vita economica e culturale, ci sono le istituzioni. Tra tutte, il presidente della Regione, Roberto Fico, e il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Le loro parole pronunciate dal palco hanno collocato il docufilm dentro una visione politica più ampia.
«È una città che storicamente ha saputo accogliere popoli, culture ed economie diverse e trasformarle in una identità forte», ha detto il governatore. «Una città centrale, attesa da grandi trasformazioni urbane, a partire dal rapporto con il mare», ha aggiunto il primo cittadino. «Napoli 2500 +10» nasce come un dono dichiarato alla città, e come sprone per i giovani, che sono il presente e il futuro di questa terra, come ha ricordato il presidente dell’Acen, Antonio Savarese. Una produzione senza contributi pubblici, un gesto che va letto dentro una tradizione antica: quella delle classi dirigenti che, nei momenti di passaggio, producono racconto e visione.
In questo caso, il racconto non è celebrativo, non indulge nell’oleografia, non cerca scorciatoie sentimentali né si perde in riletture nostalgiche. Tutt’altro. Si fonda su una ricerca storiografica rigorosa e su una lettura puntuale, critica ma anche lungimirante.
L’idea di fondo è semplice e radicale insieme: l’urbanistica come vero motore della storia delle città. Non gli eventi, non le date, ma le trasformazioni dello spazio abitato. Le strade, i porti, le mura, i quartieri, le grandi infrastrutture raccontano la carne viva dei luoghi più di qualsiasi cronaca.
Il film inizia dalla fondazione greca, da quella polis costruita secondo un impianto ortogonale che ancora oggi sopravvive nei decumani. È una scelta storica e narrativa: mostrare come il passato non sia mai del tutto passato, come la città contemporanea sia una sovrapposizione di strati che continuano a dialogare.
Da Neapolis alla città romana, dal periodo bizantino all’Alto Medioevo, ogni fase viene restituita attraverso un monumento, un asse urbano, una trasformazione chiave. È la “regola del particolare” applicata alla storia urbana: un dettaglio che apre all’universale.
Il periodo angioino e quello aragonese segnano una svolta decisiva. Napoli cresce, si espande, si organizza come capitale. Le grandi architetture civili e religiose diventano strumenti di governo dello spazio e delle masse.
Il film insiste su questo punto: l’urbanistica non è mai neutra. Ogni scelta architettonica racconta un’idea di potere, una visione della società. La Napoli spagnola, con le sue mura, le sue strade rettilinee, le sue grandi infrastrutture, è una città che cerca ordine e controllo, ma allo stesso tempo produce una vitalità popolare che sfugge a ogni schema.
Uno degli aspetti più interessanti del docufilm è la rilettura del periodo borbonico. Lontano tanto dalla demonizzazione quanto dalla mitizzazione, il racconto restituisce una fase di straordinaria modernizzazione infrastrutturale. Porti, strade, palazzi, teatri: Napoli diventa una capitale europea a pieno titolo. Il San Carlo stesso, che ospita la proiezione, è figlio diretto di quella stagione. È qui che il film chiede allo spettatore di sospendere i giudizi precostituiti e di guardare alla storia come a un processo complesso, fatto di luci e ombre.
La parentesi napoleonica con il decennio francese, la Restaurazione dopo il trattato di Versailles, l’Ottocento post-unitario vengono attraversati come una lunga transizione dolorosa. Napoli perde centralità politica ma resta una città enorme, complessa, contraddittoria. Il Risanamento, il fascismo, la guerra, la ricostruzione e il laurismo sono raccontati come una sequenza di ferite e tentativi di cura, spesso maldestri, a volte violenti. L’urbanistica diventa allora anche strumento di rimozione: quartieri cancellati, comunità spezzate, identità sacrificate in nome di una modernità che non sempre mantiene le promesse.
Il Novecento pesa come una colata lavica. Il terremoto del 1980 segna uno spartiacque definitivo. Il film lo racconta senza enfasi, ma con la consapevolezza che da quel momento Napoli entra in una lunga fase di sospensione. Ricostruzione, emergenza, assistenzialismo, degrado: tutto si riflette nello spazio urbano, nelle periferie cresciute in fretta, nelle occasioni mancate, nei vuoti lasciati aperti.
Eppure «Napoli 2500 +10» non è un film pessimista. Anzi. Quando arriva al presente. il racconto cambia passo. La Napoli di oggi viene mostrata come una città ferita ma viva, capace di rigenerarsi, di produrre cultura, tecnologia, innovazione. Qui entra in gioco uno dei temi centrali dell’opera: il rischio della folklorizzazione, come sottolinea l’autore. Un rischio «che riduce Napoli a stereotipo». Perdendo di vista, così «i grandi cambiamenti reali che la città sta vivendo».
Il film, coerentemente, evita l’estetica da cartolina. Le ricostruzioni rese possibili grazie all’uso avanzato dell’intelligenza artificiale, non servono a stupire, ma a far comprendere. Per la prima volta, la tecnologia viene applicata in modo sistematico a un racconto storico-urbanistico di lungo periodo, permettendo allo spettatore di “vedere” ciò che non esiste più e di capire come ciò che esiste oggi ne sia diretta conseguenza.
Napoli viene proiettata in un futuro immaginato è profondamente radicato nella sua origine: il mare. Napoli nasce come città di mare e il suo sviluppo più prossimo è destinato, inevitabilmente, a tornare lì. La linea di costa che va da Bagnoli a San Giovanni a Teduccio – e oltre, da Pozzuoli a Castellammare di Stabia – diventa l’asse strategico di una nuova stagione urbana. In questo contesto si inserisce l’America’s Cup, evocata dal sindaco Gaetano Manfredi.
Dietro Napoli 2500 +10 c’è un lavoro imponente. Cinque mesi di lavorazione, novanta persone coinvolte, una coproduzione firmata Unspace e Lovit. L’Acen ha voluto impegnare tutte le risorse per realizzare un’opera che non fosse un semplice prodotto audiovisivo, ma un atto di responsabilità verso la città. È anche questo un messaggio politico: la cultura come investimento, non come ornamento.
Alla fine della proiezione, l’applauso del San Carlo non è stato solo per il film. È stato per l’idea che Napoli possa tornare a raccontarsi senza paura, senza complessi, senza maschere. Napoli 2500 +10 non pretende di chiudere il discorso sulla città. Al contrario, lo apre. Invita a discutere, a dissentire, a immaginare.
Napoli compie 2.500 anni e, guardando dieci anni avanti, sembra chiedere a se stessa una cosa semplice e difficile insieme: essere all’altezza della propria storia senza restarne prigioniera. Questo docufilm, nel suo rigore e nella sua ambizione, prova a indicare una strada. E lo fa partendo da ciò che Napoli è sempre stata: una città che cambia, resiste, si reinventa. Una città che, ancora una volta, sceglie di guardarsi negli occhi.

