Cinema – Quando Lucio Fulci raccontò la Napoli cupa e violenta del contrabbando
Si dice un po’ in giro (ma in giro dove? Vox populi vox dei basta per giustificare in incipit del genere?) che per finire le riprese di “Luca il contrabbandiere” i soldi non bastassero. D’altronde nella vita e spesso anche nel cinema (italiano) i soldi non bastano mai. Allora intervennero “quelli del settore”, giacché si sentivano più che coinvolti, e a ben ragione potremmo dire. C’è un’intensa mitologia che ruota attorno a questo film così disprezzato dalla critica del tempo e contemporaneamente così amato, ricercato, visto e rivisto da uno zoccolo duro nemmeno tanto sparuto di cinefili, di fan di Lucio Fulci e non solo. “Luca il contrabbandiere” non è diventato un classico, forse, però è oggi un film di culto, anche per diversi miei coetanei (ancora under 35, ma non per molto) che propriamente cinefili non sono. Il contesto è quello del contrabbando di sigarette, un classico “luciano” di Napoli, quello degli scafisti, con una città sullo sfondo ormai già contesa tra cutoliani e anticutoliani che si sbranano a vicenda (recuperatevi la canzone di Mauro Caputo “‘O motoscafo”, siamo assai dentro questo clima). “I contrabbandieri di Santa Lucia” di Alfonso Brescia, con Mario Merola, fa da riferimento per questo neonoir di Fulci? Sì e no: sono film comunque esageratamente diversi l’uno dall’altro, e il lungometraggio di Fulci non ha i tratti della sceneggiata, anche se – paradossalmente nemmeno poi tanto – sfocia in suo macabro carnevale. Mancano anche un Merola, poi (Fabio Testi non è certo un attore di origine campana), tutto sembra fluire in qualcosa di più indefinito e nazionale, o addirittura “internazionale”, tanto è vero che “Luca il contrabbandiere” ha rare edizioni in dvd con pellicola restaurata che vanno molto sul mercato statunitense o addirittura tedesco, forse più ancora che su quello italiano. È chiaro che i film uscirono a distanza l’uno dall’altro, e il filone al quale partecipava “il re della sceneggiata”, Merola, si faceva sentire al cinema in più pellicole, con la sua influenza. Difficile sarebbe definirlo noir o poliziesco, “Luca il contrabbandiere”, entrambi generi che lambisce. E d’altronde per chi conosce un po’ Fulci, questo discorso si applica a diversi suoi film, anche se precisamente l’horror è stato assai trainante nella sua carriera. C’è Marcel Bozzufi in questo cast, che a molti ricorderà un film come “The French connection” (“Il braccio violento della legge”) di William Friedkin e ad alcuni ruoli analoghi in pellicole come “Les hommes” (“Regolamento di conti”) e d’altronde un personaggio di rilievo del film –proprio il suo, sì – è chiamato non caso “il Marsigliese”: più eloquente di così. I cliché ci sono tutti, e d’altra parte poi in cosa questi dovrebbero nuocere? Virtuosismo di regia che non manca in diverse scene: lo splendido funerale di Michele (Enrico Maisto), ad esempio, il fratello del protagonista Luca. Dove? In acqua. Un funerale marinaro, elegantissimo, “suggestivo”, una sequenza forse non unica (altri film hanno raccontato di “funerali marittimi”), ma comunque originale, che tende a farsi ricordare. E i giuramenti, i propositi di vendetta, i nemici che osservano il corredo funebre con i cannocchiali a distanza. Cinema di genere, si dirà, eccessivo nello splatter e nel ricorso a una violenza efferata, iperrealistica, a tratti assai ridicola: tutto vero, ma un genere di livello, di un’artigianalità rara. Escono ancora film così? No, e molti ne gioiscono, ma non sono cinefili. Un film politicamente scorretto, poi, oggi inguardabile o inascoltabile per i molti (“finocchio” come insulto, per tacere di tanto altro). Un film che eccede in tutto, per tutto. Così chiosa Nocturno.it con la sua interessante recensione e ci domandiamo se qualcuno che legge l’articolo non abbia per caso accesso a questa puntata che si prospetta essere stata di certo assai rilevante per cinefili: “A livello antiquario, andrebbe recuperata la puntata del Maurizio Costanzo Show in cui Fulci con Ivana Monti e Fabio Testi erano ospiti per presentare il film”. Era il 1980, ma certo non si era ancora entrati nel clima vacuo di edonismo che fa riferimento a quegli anni. E poi erano gli anni di piombo ancora. L’Italia era violenta, e di conseguenza il cinema che la rappresentava, specialmente qualche tempo prima. Con eccessi? Neanche poi tanto. Era violenta Napoli. Ma anche Roma. E Milano. E anche Torino era violenta. Sarebbe cosa troppo lunga mettersi a fare l’elenco dei poliziotteschi antecedenti che avevano nel titolo una declinazione della parola “violenza” o quella di una città italiana. Ma ora che questo filone si andava esaurendo, dove posizionare un film come questo? In ritardo tra i poliziotteschi o in anticipo su un certo cinema neonoir da lì a venire? Non si dimentichi che poi a Hollywood, per quasi un ventennio e forse oltre, torneranno di moda le strade polverose di provincia, gli inseguimenti, le luci notturne delle metropoli, commissariati e volanti (questo già nel decennio precedente), fuorilegge e mafiosi. Fabio Testi è un perfetto Luca Ajello: già aveva lavorato anni prima con Pasquale Squitieri per le strade di Napoli ed Ercolano (“Camorra” o “Gang War in Naples”) e qui sembra già ambientato nel contesto.

