Violenze in carcere: la difesa dell’ex provveditore Fullone
Durante l’udienza del 30 gennaio 2026, l’ex provveditore regionale delle carceri campane, Antonio Fullone, ha risposto alle domande dei pubblici ministeri nel maxi-processo che lo vede imputato per perquisizione illegittima, depistaggio, falso e rivelazione di segreto d’ufficio.
Fullone ha difeso l’operazione del 6 aprile 2020, definendola una misura necessaria per la sicurezza e non una “spedizione punitiva”. Secondo l’imputato, il clima di tensione dovuto alle rivolte per il lockdown da Covid-19 rendeva indispensabile ristabilire il controllo nel reparto Nilo.
Fullone ha negato di essere a conoscenza del fatto che il “Gruppo di Supporto”, ovvero gli agenti provenienti da altri istituti, fosse entrato armato di scudi, caschi e manganelli. Ha dichiarato di aver visto le immagini delle violenze solo tre mesi dopo, il 10 luglio 2020, tramite la Procura.
Il magistrato Alessandro Milita si è detto “basito” dalla risposta, sottolineando come le denunce dei familiari e del Garante dei detenuti fossero pubbliche già pochi giorni dopo i fatti.
A fronte del massiccio spiegamento di forze, si parla di circa 300 agenti, gli oggetti sequestrati furono pochissimi. Fullone ha giustificato questa sproporzione parlando di “sciatteria amministrativa” della direzione del carcere, ipotizzando che bastoni e altri oggetti pericolosi fossero stati trovati ma non correttamente registrati.
Nonostante le segnalazioni del magistrato di sorveglianza sulla presenza di detenuti con ecchimosi, Fullone ha ammesso di non aver inviato le relazioni interne all’autorità giudiziaria, ritenendo che lo avesse già fatto la direzione dell’istituto.
L’inchiesta riguarda i pestaggi subiti da circa 300 detenuti per mano di altrettanti agenti della penitenziaria. Tra i detenuti portati in isolamento dopo l’operazione figurava anche Hakimi Lamine, deceduto in cella circa un mese dopo, il 4 maggio 2020.

