Scioglimenti, la legge che non guarisce i Comuni
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31 gennaio 2026

Scioglimenti, la legge che non guarisce i Comuni

metropolisweb

I casi di Castellammare di Stabia  e Torre Annunziata riaprono il dibattito su legge che, dati di fatto alla mano, sembra non bastare a guarire i Comuni. Il fatto che in entrambi i casi, a pochi anni dallo scioglimento per infiltrazioni camorristiche, la Prefettura è costretta ad inviare una nuova commissione d’accesso, vuol dire che il problema della recidiva resta intatto. Che qualcosa non quadra. Lo Stato vince le battaglie ma perde la guerra. Non riesce a risanare i Comuni. Forse non basta più limitarsi a far cadere le teste dei politici, magari bisogna accendere i riflettori sugli ingranaggi delle macchine amministrative, oppure sulla selezione delle liste elettorali e sui pacchetti di voto. (Segue a pagina 20) (continua da pagina 19) ​La storia si ripete. Sempre uguale. Da trent’anni. Come un inquietante loop burocratico. I commissari varcano i portoni del Palazzo di Città, una lunga lista di faldoni da studiare, il clima di diffidenza che avvolge e congela la città e una fascia tricolore che trema, con il rischio di finire in un cassetto. A Castellammare di Stabia e a Torre Annunziata, purtroppo, il film è appena ricominciato. In entrambe le città, a pochi anni dall’ultimo scioglimento per infiltrazioni camorristiche, le commissioni d’accesso sono tornate. Il che ha una doppia lettura. Da una parte il fallimento locale, dall’altra, la prova che l’articolo 143 del Testo Unico sugli Enti Locali (Tuel) è diventata un’arma spuntata. ​La domanda che rimbalza nei corridoi della politica campana è questa: com’è possibile che territori monitorati, commissariati e, si ritiene, “bonificati” dallo Stato tornino, nel giro di una sola tornata elettorale, sotto la lente d’ingrandimento dell’antimafia? Forse, al netto di eventuali responsabilità che saranno accertate dalla fase di studio appena iniziata, la risposta risiede in un’architettura normativa che si ostina a considerare la camorra come un’influenza esterna che infetta la politica, ignorando in maniera miope che il virus della malavita ha ormai sviluppato una resistenza immunitaria e prolifera come un cancro in tutti i tessuti della società. Non perché li inquina, ma perché ne fa parte.

Il Mito della Bonifica. Fallimento della classe politica

Quando un Comune viene sciolto, la narrazione ufficiale parla di «ripristino della legalità». Tuttavia, la legalità non è un interruttore che si accende o si spegne. In territori come l’area sud di Napoli, la politica non è un corpo estraneo alla società; ne è lo specchio, spesso deformato, degli equilibri di potere territoriale. ​Il problema della rigenerazione della classe dirigente è il primo grande scoglio. Lo scioglimento incide sul diritto elettorale, rimuove Sindaco e Consiglio, ma non può cancellare il consenso. Nei Comuni, e non solo in quelli sciolti per infiltrazioni o scossi da inchieste e scandali, assistiamo al fenomeno sistematico del “travaso”: i grandi portatori di voti, quelli che controllano i “pacchetti” elettorali nei rioni a rischio, non scompaiono con un decreto prefettizio. Magari cambiano sigla, si rifugiano in liste civiche dai nomi rassicuranti – “Per il bene comune”, “Rinnovamento”, “Legalità e Progresso” – attendono che la tempesta dei Commissari passi. E poi tornano in gioco. E ogni volta confermano il risultato elettorale. Che non è consenso ma è una addizione scientifica. Seggio per seggio. Sezione per sezione. Questo è il primo campanello d’allarme che la legge non ascolta. Inutile sottolineare che il voto di scambio, generalmente, non è più (solo) la mazzetta da cinquant’anni fa; è la promessa di un posto di lavoro, la facilitazione di una pratica edilizia, il controllo degli alloggi popolari. Lo scioglimento, che in teoria dovrebbe scippare dalle mani dei “potenti” gli strumenti per fare clientele, forse incide sul “macro”, ma la camorra vive nel “micro”. E quando le urne si riaprono, i pacchetti di voti sono ancora lì, pronti per essere consegnati al miglior offerente o al candidato più “morbido”.

L’Intoccabile Tecnostruttura. Dove il potere non cambia mai

Se un sindaco è il volto del potere, il dirigente è il braccio. La legge sugli scioglimenti colpisce quasi esclusivamente gli organi elettivi. Ma chi firma gli appalti? Chi gestisce le varianti urbanistiche? Chi autorizza le concessioni demaniali o i servizi cimiteriali? I funzionari. Mentre i politici passano, i dirigenti restano. Spesso per decenni. In molti Comuni sciolti della provincia di Napoli, assistiamo a una continuità amministrativa imbarazzante. Capita che lo stesso capo settore che magari ha firmato atti sospetti sotto la giunta sciolta per mafia, rimane al suo posto durante il commissariamento e continua a gestire il settore anche con la giunta successiva. La verità è che i Commissari prefettizi, per quanto autorevoli, arrivano in territori che non conoscono. Spesso gestiscono tre o quattro incarichi contemporaneamente. Per far funzionare la macchina minima – pagare gli stipendi, raccogliere i rifiuti – devono necessariamente fidarsi della struttura burocratica esistente. È il paradosso del “controllato che guida il controllore”. Senza una rotazione obbligatoria dei dirigenti a livello provinciale o regionale, lo scioglimento rimane un’operazione di chirurgia estetica su un corpo malato di cancro. La camorra lo sa: basta aspettare. I “colletti bianchi” garantiscono la sopravvivenza del sistema mafioso ben oltre la durata di un decreto di scioglimento.

La Clava Politica: L’uso distorto del sospetto

Non si può analizzare la crisi della legge senza toccare un tasto dolente: la strumentalizzazione politica dello scioglimento. Negli ultimi quindici anni, il confine tra “prevenzione antimafia” e “opportunismo elettorale” si è fatto sottile. ​Abbiamo assistito a situazioni in cui l’invio di una commissione d’accesso è stato invocato dalle opposizioni non come atto di tutela della democrazia, ma come strumento per ribaltare un risultato elettorale non gradito. Questo accade perché i criteri per lo scioglimento sono, per natura, discrezionali e “preventivi”. Non serve una condanna penale; bastano “elementi univoci, concreti e coerenti” di un condizionamento. ​Questa discrezionalità ha creato un clima di sospetto perenne. Ogni volta, la discussione pubblica si divide tra chi vede la camorra ovunque e chi grida al complotto dello Stato contro la volontà popolare. Il risultato è la distruzione della credibilità delle istituzioni. Se lo scioglimento viene percepito come un atto “politico” del Governo di turno (indipendentemente dal colore), i cittadini smettono di vederlo come un momento di liberazione e iniziano a viverlo come un’ingerenza esterna, alimentando quel vittimismo che è il primo alleato dei clan.

Il vuoto clamoroso della politica nazionale

Mentre il territorio brucia, la politica resta immobile. Le proposte di riforma dell’articolo 143 giacciono nei cassetti del Parlamento da anni. Si parla di introdurre lo “scioglimento mirato” (colpire solo singoli settori o singoli dirigenti senza abbattere l’intero consiglio), o di rendere obbligatoria la rotazione dei funzionari dopo un accesso prefettizio. Eppure, nulla si muove. ​La verità è che lo scioglimento è una soluzione comoda: lo Stato mette una bandierina, dice di aver vinto, e si disinteressa di ciò che accade il giorno dopo la fine del commissariamento. Ma il giorno dopo è quello in cui la camorra, con pazienza certosina, ricomincia a tessere la sua tela, approfittando della stanchezza dei cittadini e dell’inconsistenza di una classe politica locale che non ha più una “scuola”, ma solo padroni.

Il caso Castellammare, un ritorno annunciato

Castellammare di Stabia è più di un Comune di provincia. Per la sua storia, per il suo peso economico. La “metropoli” del comprensorio, un centro industriale, turistico e portuale dove gli interessi economici sono enormi. è anche l’unica città che ha registrato l’omicidio di due consiglieri comunali in carica. Quando nel 2022 arrivò lo scioglimento, si sperava in un’opera di bonifica radicale. Ma la realtà è che la città è rimasta in un limbo. E i problemi sono rimasti sul tavolo. Il sindaco Luigi Vicinanza ha ribadito più volte la sua volontà di restare in sella. Ha parlato alla città in un cinema gremito e ha garantito di essere libero da condizionamenti. ​Il ritorno della Commissione, però, non è un fulmine a ciel sereno. Le relazioni precedenti parlavano chiaro: il rischio di condizionamento non passava solo per i grandi appalti, ma per la gestione più quotidiana. Il problema di Castellammare di Stabia, città praticamente ingovernabile, segnata da perenni crisi politiche, resta la sua permeabilità. Quando i clan diventano così invasivi, la politica rischia di diventare arbitro di una partita truccata. Il nuovo accesso ispettivo suggerisce che le vecchie dinamiche di controllo del territorio, legate alle storiche famiglie malavitose, non hanno mai smesso di esercitare pressione sui gangli vitali, attendendo semplicemente il ritiro della gestione prefettizia per rioccupare gli spazi lasciati vacanti.

Torre Annunziata, l’incubo del terzo scioglimento

​A Torre Annunziata la questione è altrettanto radicata. Qui la criminalità organizzata ha conservato storicamente un controllo quasi “militare” di alcuni rioni. Non a caso, una delle opere più attese è la demolizione di Palazzo Fienga, roccaforte della camorra ai tempi dell’ultima cruenta faida tra clan. Il secondo scioglimento del consiglio comunale (il primo era arrivato nel 1993) ha raccontato di una commistione tra apparati burocratici e interessi dei clan. Tuttavia, fatta eccezione per le accuse legate alla cattiva gestione amministrativa e alla corruzione arrivata fino al cuore dell’ufficio tecnico con una mazzetta trovata nelle tasche di un dirigente, con il tempo sono crollate tutte le ipotesi di reato contestate ad alcuni amministratori, compresa l’associazione di stampo camorristico. Anche in questo caso, almeno secondo le ipotesi al vaglio della prefettura, la sensazione è che l’intervento dello Stato sia stato percepito come una “pausa tecnica” e non come un cambiamento epocale. Del resto, anche politicamente, l’elezione di un sindaco “esordiente” non ha rivoluzionato del tutto uno scenario politico fatto di “soliti noti”. Anche in questo caso, i problemi sono rimasti sul tavolo. L’economia di Torre Annunziata soffre di un nanismo imprenditoriale causato dal racket e dal controllo del mercato: e in un contesto simile, il Comune resta l’unico grande distributore di risorse (lavori pubblici, sussidi, autorizzazioni). Se lo Stato non interviene creando un’alternativa economica reale, lo scioglimento rimane un esercizio di stile: togli un sindaco, ma lasci il bisogno materiale che spinge il cittadino nelle braccia del consigliere che garantisce il “favore”.

Le liste civiche come “Cavallo di Troia”

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla scomparsa dei simboli di partito tradizionali nelle competizioni locali, sostituiti da una galassia di liste civiche. Se da un lato questo riflette la crisi dei partiti nazionali, dall’altro rappresenta il perfetto mimetismo per le clientele. ​Nelle liste civiche è più facile nascondere il “candidato di paglia”. Non essendoci filtri ideologici o strutture di controllo interno (come i vecchi probiviri), chiunque può portare in dote un pacchetto di mille voti senza che nessuno chieda conto della provenienza di quel consenso. Il “voto di pacchetto” è la moneta di scambio: il politico promette accesso alla struttura comunale, il clan garantisce l’elezione. È un patto di mutua assistenza dove la legge sugli scioglimenti non riesce a incunearsi, perché è difficile dimostrare penalmente il dolo dietro un semplice sostegno elettorale, sebbene politicamente e socialmente l’effetto sia devastante.

Proposte di riforma Oltre l’art. 143 ​P

er rendere la legge incisiva, non basta più “sciogliere”. Serve “trasformare”. Sono tre le proposte sul tavolo. Lo scioglimento a geometria variabile. Poter commissariare singoli settori (es. solo l’Urbanistica o solo l’Ecologia) allontanando i dirigenti, senza necessariamente far cadere l’intera amministrazione se questa si dimostra collaborativa. Rendere i vertici amministrativi dei dipendenti statali totalmente indipendenti dal potere politico locale, con rotazioni obbligatorie ogni due anni nelle aree a rischio. ​Estendere l’ineleggibilità non solo a chi è stato rimosso, ma anche a chi ha legami di parentela o affinità economica documentata con i clan, superando le attuali maglie larghe della giustizia civile.