I 100 anni di Raffaele Vitiello, decano dei commercianti di Torre Annunziata
Due compleanni in due giorni diventano un abbraccio collettivo, un modo per fermare il tempo e ascoltare una storia che profuma di lavoro e appartenenza: Raffaele e Francesco Vitiello festeggiano 100 e 80 anni a Torre Annunziata, cuore oplontino di botteghe, fabbriche e famiglie. Il 2 febbraio Raffaele spegnerà cento candeline, il 3 febbraio toccherà a Francesco, che a 80 anni resta ancora oggi il volto della salumeria avviata nel 1920 dai genitori, un’insegna che non è solo commercio ma memoria viva, fatta di gesti imparati presto, di parole scambiate al banco e di clienti che nel tempo sono diventati volti familiari. Francesco guarda quel luogo come si guarda casa: attorno, ricorda, «non c’era nulla», eppure proprio lì si è costruita una quotidianità capace di resistere alle stagioni, ai cambiamenti, alle mode. La famiglia era numerosa, piena di energie e di strade da inventare, e nella sua voce torna l’orgoglio di chi sa che ogni sacrificio ha avuto un senso: «Eravamo otto figli, ognuno di noi ha trovato la propria strada e molte di quelle attività sono passate alle nuove generazioni», dice, citando i fratelli Giovanni, Armando, Salvatore, Michelina, Gelsomina e Maria, tasselli di un mosaico che per anni ha animato il commercio cittadino. Il racconto scorre come un film di quartiere: i primi passi, la fatica che si trasforma in abitudine, le giornate in cui il lavoro non era soltanto reddito ma anche dignità, riconoscimento, comunità. «Alla fine degli anni ‘60 per entrare a Torre ci voleva un visto, eravamo grandi in tutti i settori», racconta, restituendo l’immagine di una città che sembrava autosufficiente, forte, capace di offrire futuro. «Prima non esisteva la criminalità, finché si lavorava e c’era il commercio», aggiunge, legando la serenità di allora a un tessuto produttivo che teneva insieme famiglie e quartieri. È qui che si comprende quanto Francesco ami la sua città: non è nostalgia sterile, ma un sentimento concreto, fatto di attaccamento e di responsabilità, di rabbia e di difesa. Quando parla del presente, non lo fa da spettatore: lo fa da figlio di Torre Annunziata, da uomo che ha visto crescere le sue strade e che non accetta di vederle impoverite. «Ci hanno tolto l’ospedale, i vigili del fuoco, e tanti altri servizi. Nessuno ha reagito». Nel suo sguardo, il declino è anche quello dei simboli identitari, primo tra tutti i pastifici: «Eravamo la città dei pastifici», afferma, indicando le cause in scelte industriali e rapporti di lavoro deteriorati. Anche la devozione, nel suo racconto, è una chiave per capire l’anima del territorio, tra ciò che resta locale e ciò che diventa universale: «Abbiamo la Madonna della Neve, conosciuta solo qui in Campania, e poi la Madonna di Pompei è conosciuta in tutto il mondo». E così, nelle giornate della festa, tra telefonate, ricordi che riaffiorano e fotografie tirate fuori dai cassetti, Raffaele e Francesco celebrano due traguardi rari tra identità, storia e radici.

