Quando il digitale smette di fare scena e inizia davvero a fare cultura
CULTURA
1 febbraio 2026

Quando il digitale smette di fare scena e inizia davvero a fare cultura

metropolisweb

Entrare in un museo oggi significa spesso imbattersi in schermi, proiezioni, cuffie, tablet. A volte funzionano, altre restano spenti. A volte affascinano, altre distraggono. E allora la domanda, semplice ma inevitabile, è sempre la stessa: tutto questo digitale serve davvero a capire meglio ciò che stiamo guardando? O rischia di diventare solo un rumore di fondo, una scenografia che promette molto e restituisce poco? A fornire una risposta meno impressionistica e più fondata arrivano i dati di una recente e ampia ricerca promossa dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali nell’ambito di Dicolab – Cultura al digitale, il programma del Ministero della Cultura finanziato dal PNRR. Un’indagine che, numeri alla mano, smonta alcune convinzioni diffuse e offre indicazioni preziose anche per territori complessi e densissimi di storia come la provincia di Napoli. Il primo dato sorprende: per il 45% dei visitatori la presenza della tecnologia è irrilevante nella scelta di visitare un luogo della cultura. Non è il dispositivo a convincere, né l’innovazione in sé. A contare davvero sono la qualità del racconto, la chiarezza dei contenuti, la capacità di costruire un’esperienza coerente e coinvolgente. In altre parole, la tecnologia funziona solo quando smette di mettersi in mostra e inizia a servire la narrazione. Un’indicazione che risuona con forza in contesti dove il patrimonio non ha bisogno di essere “inventato”, ma semmai tradotto, spiegato, reso accessibile. Qui il digitale può diventare un alleato potente, a patto di non essere confuso con il fine ultimo dell’esperienza culturale. La ricerca – basata su una revisione scientifica di oltre cento studi, una survey su più di mille visitatori e una rilevazione sul campo in venti casi pilota – evidenzia un altro elemento chiave: l’immersività batte l’interattività. Le soluzioni che avvolgono il visitatore in una narrazione audiovisiva fluida e coerente risultano nettamente più efficaci di quelle che puntano sulla personalizzazione estrema e sull’interazione continua. Il confronto è netto: 57% di efficacia per le esperienze immersive contro il 34% di quelle interattive. Non si tratta di passività, ma di qualità dell’attenzione. Il pubblico cerca percorsi senza attriti, non manuali di istruzioni. Vuole essere accompagnato, non messo alla prova sul piano tecnologico. Non a caso, strumenti semplici e intuitivi – come un’audiopen ben progettato – raggiungono risultati sorprendenti sul piano cognitivo, con percentuali di comprensione che superano il 90%. La semplicità, quando è frutto di una progettazione intelligente, diventa un valore. Cade anche un altro mito duro a morire: quello che associa automaticamente il digitale ai più giovani. I dati raccontano l’opposto. Sono proprio gli under 24 a mostrare maggiore scetticismo verso le tecnologie museali, mentre l’apprezzamento cresce con l’età. Tra gli over 55, i contrari sono meno dell’1%. Una dinamica che dovrebbe far riflettere chi continua a progettare esperienze culturali pensando quasi esclusivamente a un pubblico “giovane”. Le nuove generazioni, abituate a standard altissimi di intrattenimento domestico e digitale, rischiano di percepire molte soluzioni museali come poco all’altezza. Al contrario, un pubblico adulto, magari meno saturo e più curioso, si dimostra spesso più ricettivo. La lezione è chiara: le tecnologie nei luoghi della cultura devono essere intergenerazionali, inclusive, capaci di parlare a competenze e aspettative diverse. Ma il nodo forse più rilevante, dal punto di vista delle politiche culturali, riguarda la sostenibilità. La tecnologia non si esaurisce con l’installazione. Va mantenuta, aggiornata, spiegata. Il 95% dei musei coinvolti nella ricerca ha dovuto attivare percorsi di formazione specifica per il personale. E non è un dettaglio. Perché nulla danneggia la credibilità di un’istituzione culturale più di un’esperienza promessa e non funzionante. È a questo punto che i dati diventano particolarmente concreti se calati nella realtà della provincia di Napoli, dove convivono grandi istituzioni museali e una costellazione di piccoli siti, musei civici, aree archeologiche diffuse. In molti casi, le esperienze digitali più riuscite non sono quelle più appariscenti, ma quelle capaci di accompagnare il visitatore senza sovraccaricarlo: un’audioguida chiara in un museo archeologico minore, una proiezione immersiva che aiuta a ricostruire un contesto storico senza sostituirsi ai reperti, un supporto visivo essenziale che rende leggibile uno scavo o una stratificazione urbana complessa. Al contrario, non sono rari i casi di installazioni interattive poco manutenute, schermi spenti o applicazioni difficili da usare, che finiscono per interrompere l’esperienza anziché arricchirla. In questo quadro si inserisce anche il dibattito, sempre più acceso, sull’intelligenza artificiale applicata ai luoghi della cultura. Il rischio è che l’AI diventi il nuovo feticcio tecnologico, evocato come soluzione universale senza una reale riflessione sugli obiettivi culturali.  L’AI può essere uno strumento utile, ma solo se subordinato a una progettazione culturale solida e a una mediazione umana competente. Altrimenti, anche l’ultima tecnologia rischia di produrre lo stesso risultato delle precedenti: stupire per un momento, e poi spegnersi. Il digitale, insomma, non è una scorciatoia. Richiede investimenti umani prima ancora che economici. Serve personale in grado di dialogare con i progettisti, assistere i visitatori, gestire la manutenzione ordinaria. Serve una visione sistemica, che integri le tecnologie nella missione culturale dell’ente, evitando interventi isolati o soluzioni di facciata. In fondo, la ricerca Dicolab parla meno di tecnologia e più di persone. Di visitatori, certo, ma anche di operatori culturali e decisori pubblici. Perché il digitale non crea valore da solo. Lo fa solo quando diventa parte di un racconto condiviso, accessibile, credibile. Quando smette di fare scena e comincia, finalmente, a fare cultura.