La bellezza recintata: il ticket a Fontana di Trevi può essere esportato a Napoli?
Questo 2 febbraio resterà impresso nelle cronache come il giorno della grande soglia. Per la prima volta, la Fontana di Trevi, teatro barocco di acqua e travertino, ha un prezzo. Due euro. Una cifra simbolica, quasi morigerata nelle intenzioni dell’amministrazione capitolina, eppure rivoluzionaria. Quella moneta, che un tempo veniva lanciata nelle acque per assicurarsi il ritorno nella Città Eterna, oggi deve essere versata prima di arrivare a toccarne il bordo. È la fine di un’era: l’era dell’accesso libero, incondizionato e talvolta caotico alla bellezza universale.
L’assessore di Roma, Alessandro Onorato, ha parlato di una sana rivoluzione. E i numeri del primo giorno – 500 biglietti staccati solo al mattino, 3.000 prevendite – sembrano dargli ragione sotto il profilo gestionale. Il problema, tuttavia, non è economico. Il punto centrale di questa riflessione è il concetto di fruizione. Per decenni abbiamo guardato al turismo di massa come a una benedizione finanziaria, ignorando il logorio invisibile che milioni di scarpe, zaini e scatti rubati infliggono alla pietra e, soprattutto, all’anima della città.
Visitare la Fontana di Trevi era diventata un’esperienza assurda, per citare ancora Onorato. Un ammasso umano informe dove la contemplazione era sostituita dalla lotta per un centimetro di visuale. Il ticket, accompagnato dall’assunzione di 18 steward e dalla sostituzione delle transenne con arredi dal design armonizzato, trasforma la piazza in un museo.
Ma è proprio qui che sorge il dubbio: una piazza può essere un museo? Se recintiamo il monumento, non rischiamo di trasformare il cuore di una capitale vivente in una sequenza di parchi a tema?
L’archistar Massimiliano Fuksas ha immediatamente sollevato lo scudo della gratuità. Il suo ragionamento è lineare: i monumenti sono proprietà dell’umanità, sono l’eredità dei padri e non dovrebbero avere tornelli. Questa visione, romantica e profondamente europea, si scontra però con la realtà cruda della manutenzione. Il patrimonio italiano è immenso e, per sua stessa natura, fragile.
Il vero rischio non è il costo del biglietto, ma la “disneylandizzazione” dello spazio pubblico. Quando paghiamo per entrare in un’area, diventiamo “clienti” e non più “cittadini”. Il turista paga per un servizio, il residente (che resta esente) diventa un ospite nella propria casa, circondato da una bolla turistica che lo isola dalla realtà del luogo. La sfida per Roma non sarà incassare i due euro, ma garantire che quel perimetro non diventi un muro invisibile tra la città e la sua storia.
Se guardiamo a Sud, a quella Napoli che sta vivendo una stagione di “overtourism” senza precedenti, l’ipotesi di un modello Trevi appare allo stesso tempo affascinante e terrificante. Napoli non è Roma. Roma ha grandi piazze-museo che sembrano scenografie distaccate dalla vita quotidiana. Napoli è una città viscerale, dove il monumento è “vivo”, è l’angolo di un vicolo, è la base su cui si poggia una sedia o il fondale di un mercato.Tuttavia, il dibattito sulla tutela è urgente.
Esistono siti a Napoli che soffrono la stessa pressione. Pensiamo a Piazza del Plebiscito. Il colonnato della Basilica di San Francesco di Paola è spesso ostaggio di bivacchi degradanti o vandalismo grafico. Oppure alla Galleria Umberto I, o ancora agli spazi dei Decumani che collassano, presi letteralmente d’assalto dai visitatori al punto da non essere fruibili. Introdurre un accesso regolamentato potrebbe essere l’unica via per sottrarre simboli della città all’overturism?
La domanda che dobbiamo porci, come cittadini e come osservatori, è se esista una terza via tra l’anarchia del flusso libero e la musealizzazione a pagamento. La tutela del patrimonio non può passare solo attraverso la cassa. Ha bisogno di educazione, di tecnologia (come le prenotazioni digitali per evitare le code fisiche) e di una visione urbanistica che non svuoti i centri storici dai residenti.
Il “ticket di Trevi” è un esperimento di gestione del caos. Se funzionerà, non lo diranno gli incassi, ma lo stato del travertino tra dieci anni e la qualità del silenzio che (forse) tornerà a regnare davanti alle statue di Oceano. Napoli, dal canto suo, deve osservare con attenzione. La tutela è un dovere, ma per una città che fa della strada la sua casa, ogni recinto deve essere pesato con estrema cura, per evitare che la bellezza, diventando esclusiva, finisca per diventare estranea a chi quella bellezza la abita da secoli.
La strada è segnata? Forse sì. Ma dobbiamo assicurarci che, pagando il biglietto, non stiamo acquistando solo un ingresso, ma stiamo sottoscrivendo un nuovo patto di rispetto tra l’uomo e l’eterno.

