La storia di Luigi, i viaggi nel mondo come rinascita
CULTURA
5 Febbraio 2026

La storia di Luigi, i viaggi nel mondo come rinascita

Rita Inflorato

Luigi Cascone vive a Boscoreale, ha 41 anni e da dieci accompagna le persone tra le rovine di Pompei, raccontando una città ferma nel tempo. Ma il paradosso è evidente: mentre ogni giorno cammina in un luogo immobile da duemila anni, la sua vita è fatta di movimento continuo.

«Ho sempre viaggiato e vissuto all’estero tra Francia, Spagna, Inghilterra e Australia», racconta. Ha attraversato i 7 continenti e si è immerso in tutti gli oceani del pianeta.

Tra tutti i viaggi, ce n’è uno che per anni è stato un pensiero fisso. L’Antartide. «Era diventata un’ossessione», ammette.

Ricorda perfettamente l’arrivo al molo, il momento in cui vide la nave che lo avrebbe portato laggiù, alla fine del mondo. «In quel momento mi sono emozionato davvero. Era come se tutto quello che avevo fatto prima mi avesse condotto lì», confessa emozionandosi.

Tra le emozioni più forti, ce n’è una che racconta ancora con gli occhi accesi: il bagno nudo nell’Artico, alle isole Svalbard. «È stata una sfida. Ricordo che esultai come dopo un gol. Misi la testa sott’acqua e sentii dolore a causa delle temperature troppo basse. L’atmosfera era surreale, c’erano cani da slitta, silenzio e recinzioni che servivano a difendersi dagli orsi polari. Anche questo era un rischio».

Luigi abitualmente parte da solo, ma il viaggio in solitaria non è stata una scelta immediata. «L’unico mio viaggio romantico è stato alle Maldive, nel 2014». Una storia intensa, breve, ma decisiva. «Quella relazione mi ha fatto capire che dovevo viaggiare da solo. Non per fuggire dagli altri, ma per incontrarmi». Da allora la solitudine è diventata la sua compagna di strada.

Ogni viaggio, per Luigi, inizia molto prima della partenza. «Io preparo quello che chiamo l’arsenale». Vestiti tecnici, scarpe, occhiali. Ma c’è anche un altro arsenale, più silenzioso. «L’arsenale passivo, con le cose che non tornano con me». Oggetti lasciati come mancia o come dono. Ricorda un episodio a Johannesburg: «Un ragazzo in aeroporto mi fece i complimenti per la camicia che indossavo. Gliela regalai. In quel momento mi sembrava la cosa più giusta da fare». Non tutto, però, va sempre come previsto. «A volte ci sono sconfitte in battaglia». Un luogo saltato per il meteo, un itinerario cambiato.

Viaggiare, per lui, è soprattutto uno strumento di trasformazione. «Mi ha cambiato il modo di pensare. Mi ha dato apertura mentale, profondità culturale». Ricorda la Namibia e il genocidio degli Herero e dei Nama alla fine dell’Ottocento. «Certe ferite non sono nei libri di scuola». Ricorda anche una frase ascoltata in Spagna, detta da un collega cubano a uno spagnolo: “Voi siete venuti da noi a rubare”. «Il viaggio ti costringe a guardare la storia da più punti di vista, ma non sempre è comodo».

Gli obiettivi non mancano. «Voglio completare tutte le regioni del mondo». Gli restano tre regioni dell’Africa, due del Nord America, due dell’Oceania. Poi il Centro America. «Il Guatemala mi chiama da tempo». E le Filippine: «Voglio restarci più a lungo. Alcuni luoghi non vanno attraversati, vanno abitati».

C’è un posto, però, che lo ha colpito più di altri: il Lago d’Aral, tra Uzbekistan e Kazakistan. «Un lago diventato deserto». Ricorda il video che mostrava com’era prima. «Mi ha impressionato profondamente». Oggi è noto come il “cimitero delle barche”. Relitti nella sabbia. «I relitti mi affascinano. Raccontano ciò che è stato. Lì tutto aveva un sapore particolare, malinconico».

Luigi dice spesso di avere due vite. «Una qui, con la famiglia e il lavoro. L’altra quando viaggio con altri amici, altri luoghi e un altro me». Non una fuga, ma un equilibrio.

Il prossimo viaggio è imminente. «Tra dieci giorni parto per il Kenya».Sorride, come chi sa che ogni partenza è anche una rinascita. Nom è importante quante volte parti, ma quante volte torni diverso.