Bagnoli, il veleno contro il sindaco Manfredi uccide il confronto
AGORÀ
7 febbraio 2026

Bagnoli, il veleno contro il sindaco Manfredi uccide il confronto

Raffaele Schettino

La scritta apparsa a Bagnoli contro il sindaco Gaetano Manfredi — “Mettiamoci Manfredi nella colmata” — non può essere una provocazione, né il “colore” di una piazza accesa e nemmeno un’esuberanza da attivisti. È un patibolo verbale. È la scelta deliberata di usare il simbolo del disastro ambientale di Napoli come minaccia di sepoltura per chi, oggi, quel disastro prova a gestirlo.

​Al centro della protesta c’è un timore viscerale: i residenti e i comitati vedono nei lavori propedeutici alla realizzazione della base per l’America’s Cup un rischio mortale. Denunciano la movimentazione di terreni contaminati che, invece di essere bonificati, verrebbero smossi sollevando polveri sottili, diossina e veleni industriali proprio a ridosso delle abitazioni.

È la paura di un “nuovo avvelenamento” mascherato da grande evento sportivo, una sfiducia che ha spinto i manifestanti a sfilare con le mascherine sul volto e a pretendere analisi indipendenti sui campioni di terra prelevati nel cantiere.

​Tuttavia, c’è un limite oltre il quale la protesta smette di essere esercizio democratico e diventa barbarie. Quel limite a Bagnoli è stato ampiamente superato. Invitare a gettare un uomo, un padre di famiglia, il rappresentante dei comuni italiani, in un cumulo di sedimenti inquinati e scarti industriali, è un atto di una violenza chirurgica che non ammette alcuna giustificazione sociologica.

Non ci sono “tensioni” o “paure per la salute” che tengano: chi scrive una frase del genere ha abbandonato il campo del confronto per entrare in quello dell’intimidazione di stampo camorristico.
​Il paradosso è che questa violenza finisce per affossare proprio le ragioni di chi vive nel quartiere. Il timore che i lavori possano sollevare polveri nocive è un sentimento legittimo che meriterebbe trasparenza e dialogo. Ma nel momento in cui la lingua della piazza diventa quella dell’eliminazione fisica, tutto il resto scompare.

La legittima richiesta di sicurezza sanitaria viene sequestrata da chi semina odio, trasformando una battaglia per la vita in un inno alla morte.
​La solidarietà unanime che è arrivata a Manfredi da ogni parte politica non è, come qualcuno vorrebbe far credere, una reazione di “casta”. È la difesa minima e necessaria della civiltà.

Se accettiamo che un amministratore diventi un bersaglio perché le sue scelte non piacciono, se permettiamo che il dibattito pubblico venga sostituito dalle minacce sui muri, allora abbiamo già deciso che la legge della giungla vale più della legge dello Stato.

​A Bagnoli si gioca una partita che va ben oltre una regata velica o una bonifica dei suoli. Si gioca la tenuta democratica di una città che troppo spesso confonde la rabbia con il diritto al linciaggio. Non basta ripulire i terreni se non si bonifica prima il linguaggio: la “colmata” più pericolosa non è quella di cemento e amianto, ma quella di odio che rischia di sommergere ogni residua speranza di dialogo civile.