Il bullismo distrugge il calcio. Lo spogliatoio è una gabbia per i più deboli
Quando l’arbitro fischia la fine, tutto finisce oltre la porta pesante di uno spogliatoio. È qui, tra il vapore delle docce e il rumore dei borsoni, che il calcio stenta ad essere comunità. Per un ragazzino della provincia di Parma, lo spogliatoio s’è trasformato in un incubo lungo una stagione. La Figc racconta un fallimento educativo che ha portato all’inibizione di tre dirigenti e a una pesante multa per la società coinvolta.
Il ragazzo non voleva più fare la doccia. Restava seduto, vestito, mentre i compagni uscivano. Un segnale muto, un grido d’aiuto silenzioso che nessuno tra gli adulti ha saputo, o voluto, interpretare. Secondo la Procura Federale, il giovane è stato vittima di ripetuti episodi di sopraffazione da parte dei compagni, tutti sotto i 14 anni. La colpa dei dirigenti, secondo i giudici, è stata l’omissione: non aver vigilato, aver considerato lo spogliatoio una “terra di nessuno” dove i ragazzi potevano essere lasciati a se stessi. In quel vuoto di presenza adulta, la dinamica del branco ha preso il sopravvento sulla lealtà sportiva.
I dati ci dicono che quasi un giovane su quattro subisce forme di bullismo o nonnismo in ambito sportivo, e che proprio lo spogliatoio è il teatro del 70% di questi abusi. È qui che nasce il “dropout”, l’abbandono precoce: migliaia di adolescenti appendono gli scarpini al chiodo non perché hanno perso la passione per il pallone, ma perché non reggono più il peso di un ambiente diventato tossico.
In questa giungla di piastrelle e sudore, le responsabilità sono stratificate. C’è una cultura del “nonnismo” che viene spesso scambiata per goliardia o, peggio, per un rito di passaggio necessario a “formare il carattere”. Ed è qui che entrano in gioco le famiglie. Spesso i genitori sono i primi a spingere i figli verso una competizione estrema, dimenticando che il valore di un ragazzo non si misura dai gol segnati, ma dalla capacità di rispettare il compagno più fragile. Quando un genitore minimizza un sopruso chiamandolo “ragazzata”, o quando una società sportiva non nomina un responsabile della tutela dei minori, si sta scavando la fossa ai valori dello sport.
La sentenza di Parma, però, traccia una linea netta. Le nuove norme sul Safe Guarding e la responsabilità oggettiva dicono chiaramente che “non aver visto” non è più una scusa accettabile. Ogni club ha il dovere di presidiare quegli spazi, di essere sentinella dei disagi e di intervenire prima che il trauma diventi indelebile. Perché il calcio giovanile o è pedagogia o non è. Se lo spogliatoio diventa un luogo di paura, a perdere non è solo la vittima, ma l’intero sistema sportivo. Il ragazzo di Parma che scappava dalla doccia è lo specchio di una ferita che riguarda tutti: allenatori, dirigenti e genitori.

