Un decreto spacca-Italia: eclissi del dissenso o alba della sicurezza?
L’Italia si è svegliata sotto un nuovo regime giuridico. Il “Pacchetto Sicurezza” approvato giovedì non è soltanto un aggiornamento del codice penale: è una scossa sismica che sposta l’asse del Paese verso una prevenzione muscolare. Tra le ferite di Torino e i marmi del Quirinale, si è consumato uno scontro di poteri. In questa inchiesta integrale, analizziamo la genesi, i commi e le macerie politiche di un provvedimento che divide l’Italia tra chi invoca protezione e chi teme la fine del dissenso.
Il Big Bang di Torino. La strategia della tensione
Nulla nasce dal nulla. Per capire l’estensione di questo decreto, bisogna tornare alle immagini che hanno martellato (è il caso di dire) i siti nazionali poche settimane fa. Torino, centro storico, via Roma. Quello che doveva essere un corteo di protesta contro i centri di permanenza per i rimpatri si trasforma in un teatro di guerriglia urbana. Ma c’è un dettaglio che cambia tutto, secondo il governo di destra: la tattica. Non più scontri frontali disordinati, ma azioni a “sciame”, l’uso di ordigni artigianali progettati per penetrare le armature delle forze dell’ordine e, soprattutto, il ferimento mirato di un ispettore di polizia.
Il Viminale ha letto in quegli eventi non una protesta degenerata, ma un’insorgenza. La genesi del decreto risiede in questa convinzione: che le piazze italiane siano state infiltrate da una nuova generazione di eversione anarchico-insurrezionalista che usa il disagio sociale come paravento per colpire lo Stato. Il Governo ha deciso che la risposta non poteva più essere reattiva, ma doveva diventare predittiva. Il decreto è dunque il figlio della paura del governo di destra, che se da un lato nasconde certe derive che ricordano a tempi bui del ventennio, dall’altro considera concreti i rischi di un ritorno agli anni di piombo. Dunque dà una risposta d’urgenza a una minaccia percepita come esistenziale per l’ordine democratico.
Questa accelerazione ha anche radici più profonde, radicate in un biennio di tensioni sociali legate alla crisi abitativa e alle proteste per il clima. Il Governo ha individuato un filo rosso che unisce l’occupante abusivo di case, l’attivista che blocca il traffico cittadino e l’antagonista che lancia sassi a Torino. Per l’esecutivo, non sono fenomeni distinti, ma frammenti di un unico attacco alla stabilità nazionale. Da qui la necessità di un testo che non si limitasse a punire ex-post, ma che bonificasse il terreno sociale prima che il seme del disordine potesse germogliare. È una scommessa politica totale: scambiare fette di libertà personale con la promessa di una sicurezza assoluta.
Il Qurinale aggiusta un documento di guerra civile legale
Prima di arrivare sul tavolo del consiglio dei ministri, il testo ha subito un’operazione a cuore aperto negli uffici del Quirinale (questo dimostra ancora una volta quanto conta avere un Capo dello Stato equilibrato).
La bozza originale era senza se e senza ma un documento di “guerra civile legale”. Prevedeva poteri di polizia che scavalcavano la magistratura, stabilendo il fermo preventivo fino a 24 ore e la possibilità di interdire intere aree cittadine a chiunque avesse precedenti per manifestazioni, senza l’intervento del giudice. Fonti vicine al Colle parlano di un Sergio Mattarella “estremamente preoccupato” per la tenuta dei diritti fondamentali.
Il Presidente Mattarella ha esercitato la sua funzione di guardiano con una fermezza che ha sorpreso lo stesso Palazzo Chigi. Ha chiarito che non avrebbe firmato un testo che trasformasse l’Italia in un’eccezione democratica in Europa, un Paese dove il sospetto diventa prova. Del resto, solo il termine «Fermo preventivo» rimanda ai tempi in cui le camice nere chiudevano in cella gli uomini schedati come sovversivi alla vigilia delle visite dei gerarchi fascisti.
Due sono stati i punti di rottura fondamentali: la “Cauzione sul Dissenso” e la “giurisdizione obbligatoria”.
Il Governo voleva obbligare gli organizzatori di manifestazioni a versare una fideiussione bancaria per coprire eventuali danni al patrimonio pubblico. Il Colle ha rispedito la norma al mittente: “Il diritto di manifestare non è un servizio a pagamento, né può essere limitato dalla capacità economica dei cittadini”.
Mattarella ha poi imposto che ogni limitazione della libertà personale, anche la più breve (le 12 ore di accompagnamento), passasse sotto l’occhio di un Pubblico Ministero fin dal primo minuto.
Quello che leggiamo oggi è dunque un testo mediato, un compromesso tra la spinta securitaria della destra e la tenuta costituzionale garantita dal Colle. Un equilibrio precario che, secondo molti costituzionalisti, sarà presto messo alla prova dai primi ricorsi davanti alla Corte Costituzionale.
Accompagnamento per accertamenti
Si tratta della norma che ha fatto gridare allo scandalo le opposizioni. La polizia può prelevare un soggetto e trattenerlo negli uffici per un massimo di 12 ore se sussistono «concreti elementi di fatto» che facciano ritenere imminente la commissione di gravi reati contro l’ordine pubblico o la pubblica incolumità.
Si applica a soggetti con precedenti specifici negli ultimi 5 anni trovati in possesso di strumenti atti a offendere (caschi, maschere, bulloni, liquidi infiammabili).
La garanzia imposta dal Colle è il Pubblico Ministero, che deve essere avvisato immediatamente. Lo Stato non processa, ma toglie dalla piazza elementi giudicati pericolosi per il tempo del corteo. Per i critici, è un sequestro di persona legalizzato; per il Viminale, l’unico modo per fermare gli infiltrati violenti
Lo Scudo Penale. Il Modello 21-bis
L’Articolo 3 introduce tutele senza precedenti per le forze dell’ordine. Quando un agente usa la forza o le armi in servizio, il suo nome finisce in un registro “filtro” speciale denominato Modello 21-bis.
Niente iscrizione automatica nel registro degli indagati tradizionale. Questo significa niente sospensione cautelare dal servizio, niente blocco dello stipendio e niente gogna mediatica. Solo se un giudice per le indagini preliminari (Gip), entro 60 giorni, stabilisce che c’è stato un abuso palese, l’agente finisce nel registro ordinario. È la risposta alla «paura della firma» che, secondo i sindacati di polizia, paralizzava gli operatori durante le cariche di alleggerimento.
La guerra alle lame e le baby gang
Il decreto prevede una stretta durissima sulle armi bianche, che negli ultimi due anni sono diventate la piaga delle periferie. Il porto di coltelli, tirapugni o oggetti atti a offendere senza giustificato motivo passa da semplice contravvenzione a delitto penale, con pene che possono arrivare a 3 anni di reclusione.
Si fa leva sulla responsabilità genitoriale. Questa è la norma “educativa: se un minore viene trovato armato, scatta una multa che può arrivare a 1.000 euro per i genitori. Il Governo punta a colpire il portafoglio delle famiglie per forzare un controllo sociale che la scuola e i servizi sociali non riescono più a garantire. È la fine dell’impunità per «colpa in vigilando».
Reato di blocco stradale
Il blocco stradale “fisico” (per esempio il sedersi in strada, incollarsi all’asfalto o creare ostruzioni con il corpo), se commesso da più persone riunite, smette di essere un illecito amministrativo e diventa un reato che prevede la reclusione da 6 mesi fino a 2 anni. È la fine definitiva della tolleranza per le proteste di «Ultima Generazione». Chi ostruisce il traffico ora rischia seriamente la cella. Per il Governo è tutela del diritto al lavoro; per gli attivisti è la tomba della disobbedienza civile non violenta.
Sicurezza Urbana e Daspo
I Prefetti e i Questori acquistano poteri speciali per istituire “zone rosse” urbane. Sono aree dove l’accesso può essere precluso a chi è stato già denunciato o segnalato per spaccio, furto o violenza, anche in assenza di una condanna definitiva. È l’espansione del “Daspo Urbano” a intere categorie di cittadini, basato sulla pericolosità sociale presunta e non su atti già accertati.
Biometria e videosorveglianza
Viene autorizzato l’uso massiccio di software di riconoscimento facciale per analizzare i filmati delle telecamere cittadine dopo che un reato è stato commesso. Non è il monitoraggio in tempo reale, ma permette agli inquirenti di isolare i volti degli incappucciati analizzando dettagli biometrici unici (andatura, forma degli occhi, proporzioni ossee) incrociandoli con i database della polizia. Una misura che solleva dubbi enormi sulla privacy, ma che per il Governo è indispensabile per identificare chi usa il travestimento per delinquere.
Rivolta in Carcere e nei CPR
Inasprite le pene per chi organizza o partecipa a rivolte nelle carceri o nei centri per migranti. La novità è che anche la resistenza passiva (come il rifiuto collettivo di rientrare in cella) diventa un’aggravante specifica. Può aggiungere da 2 a 8 anni di pena. Una norma volta a stroncare ogni forma di protesta interna ai penitenziari.
Occupazione e sgomberi
Il decreto introduce il reato di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui». La pena sale fino a 5 anni. Ma il punto chiave è la procedura: lo sgombero deve avvenire entro 48 ore dalla denuncia, anche con l’uso della forza pubblica senza attendere l’iter dei tribunali civili. È la risposta elettorale al dramma delle case popolari occupate.
La società del sospetto e la paura come collante
Il decreto ci catapulta ufficialmente in quella che i sociologi definiscono «la gestione penale della miseria e del dissenso». In un’epoca di precarietà economica e frammentazione dei legami sociali, il Governo utilizza il «bisogno di sicurezza» come unico collante identitario rimasto.
Swecondo gli esperti, il decreto risponde a una mutazione antropologica: il cittadino non è più visto come un portatore di diritti, ma come un potenziale pericolo o una vittima da proteggere. Questa dicotomia elimina le zone grigie della politica. La piazza non è più il luogo del confronto, ma una «scena del crimine potenziale». L’introduzione della biometria e dell’accompagnamento preventivo sposta il baricentro dal «fatto commesso» all’«intenzione presunta». È il trionfo della cultura del controllo sulla cultura dell’integrazione.
Nelle periferie, la norma sulla responsabilità genitoriale rivela una sfiducia profonda nelle istituzioni educative. Lo Stato rinuncia a recuperare il minore e decide di punire la famiglia, trasformando il rapporto tra genitori e figli in un rapporto di sorveglianza economica. È una “privatizzazione dell’ordine pubblico” che scarica sui singoli individui il fallimento delle politiche sociali degli ultimi trent’anni.
Voce dei tecnici e dei politici
L’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ha espresso perplessità sull’efficacia tecnica delle norme. «Si rischia di ingolfare i tribunali con migliaia di micro-processi, togliendo risorse alla lotta alla grande criminalità».
Di contro, i sindacati di polizia (SAP e SIULP) hanno accolto il provvedimento con favore, parlando di «fine di un’epoca di solitudine giudiziaria per chi indossa una divisa».
Dal punto di vista politico, il decreto ha scatenato un incendio. Giorgia Meloni ha blindato il provvedimento definendolo «un atto di dignità nazionale». Sostiene che la libertà non esiste dove regna il caos. Per la maggioranza, lo scudo penale è un atto di giustizia verso le forze dell’ordine «umiliate per troppo tempo».
Elly Schlein guida la rivolta del fronte delle opposizioni: «Siamo davanti a un’operazione di populismo penale. Stanno costruendo un nemico al giorno per nascondere che l’economia affonda. Questo decreto trasforma il disagio sociale in una questione di ordine pubblico». Giuseppe Conte ha definito il testo «un ritorno al Codice Rocco», sottolineando l’ipocrisia di un Governo che inasprisce le pene ma non investe un euro nell’edilizia carceraria.
Il dubbio
Da oggi, il Paese sarà più sicuro. Oppure più violento?

