Bagnoli: un secolo di acciaio, un millennio di scorie. Corsa contro il tempo per la bonifica
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8 febbraio 2026

Bagnoli: un secolo di acciaio, un millennio di scorie. Corsa contro il tempo per la bonifica

Dalle ciminiere dell'Italsider al futuro: il progetto del più grande parco urbano affacciato sul Mediterraneo, la sfida dell'America's cup e le preoccupazioni dei cittadini
Raffaele Schettino

La storia di Bagnoli racconta un paradosso geografico. Agli inizi del Novecento, questo pezzo di terra tra il costone di Posillipo e i Campi Flegrei era un’oasi termale e turistica. Poi viene firmata la Legge Speciale per Napoli (1904), voluta da Francesco Saverio Nitti, e il sito accolse l’industrializzazione pesante del Mezzogiorno. Nacque l’Ilva, poi Italsider, un gigante dell’acciaio a ciclo integrale che per quasi un secolo ha dettato i ritmi di vita di un intero quartiere. In un’epoca in cui il concetto di “ecologia” non esisteva nei codici legislativi né nella coscienza industriale, la fabbrica consumava territorio e restituiva veleni. Per decenni, gli altiforni hanno sprigionato polveri cariche di idrocarburi e metalli pesanti, mentre le cokerie e l’adiacente stabilimento Eternit disperdevano fibre di amianto nell’aria e nel suolo. La gestione degli scarti avveniva per “accumulo stratificato”: ciò che non serviva veniva interrato o sversato direttamente a mare. L’assenza di normative sullo smaltimento dei rifiuti industriali, arrivate solo nella seconda metà degli anni ’80, ha permesso la creazione della “Colmata”, una piattaforma artificiale di circa venti ettari realizzata tra gli anni ’60 e ’70 cementificando scorie di produzione e detriti siderurgici. Questo intervento ha alterato la linea di costa e la circolazione delle correnti, imprigionando i sedimenti inquinati in un bacino stagnante. Documentare oggi l’impatto ambientale di quel secolo significa leggere una geologia dell’inquinamento: ogni strato di terreno rimosso dai cantieri attuali è un reperto chimico di un’industrializzazione che ha barattato il lavoro con la salute del territorio.

 

 

​Trent’anni di promesse: cronistoria di un fallimento miliardario

​Dallo spegnimento dell’ultimo altoforno nel 1992, l’area di Bagnoli è diventata il simbolo dell’incompiuta italiana. La chiusura del sito industriale non ha segnato l’inizio della rinascita, ma l’apertura di una stagione trentennale fatta di commissariamenti, fallimenti societari e inchieste giudiziarie. Il primo grande tentativo di trasformazione fu affidato alla società Bagnolifutura, che tra il 2002 e il 2014 avrebbe dovuto realizzare il sogno del Grande Parco Urbano. Nonostante lo stanziamento di centinaia di milioni di euro, l’esperienza si concluse con un fallimento economico e legale, lasciando il sito in uno stato di abbandono e con bonifiche dichiarate ultimate che, in seguito a nuovi accertamenti, si rivelarono incomplete o inquinate da nuovi sversamenti. Le relazioni dei vari Ministeri dell’Ambiente che si sono succeduti descrivono un labirinto burocratico dove i fondi venivano assorbiti da studi di fattibilità e contenziosi, mentre il degrado avanzava. Solo con il passaggio della gestione a Invitalia e successivamente con la nomina del Sindaco di Napoli a Commissario Straordinario, si è tentato di centralizzare il potere decisionale per sbloccare i flussi finanziari. Tuttavia, la sfiducia dei cittadini si è radicata proprio in questo vuoto temporale: trent’anni in cui una generazione di bagnolesi è cresciuta guardando uno scheletro industriale recintato, interdetto al mare e alla vita pubblica, nonostante le periodiche “prime pietre” e i cronoprogrammi regolarmente disattesi. Oggi, il rilancio sotto l’egida governativa cerca di ricucire questo strappo, ma deve fare i conti con un’eredità di scetticismo che pesa quanto i metalli nel suolo.

 

 

L’Acceleratore “America’s Cup”: benedizione o cavallo di Troia?

​L’inserimento di Bagnoli come sede principale della trentottesima America’s Cup (2027) ha agito come un elettroshock procedurale. Per le istituzioni, l’evento velico rappresenta il “grimaldello” necessario per bypassare le lentezze burocratiche e convogliare investimenti straordinari – oltre 1,2 miliardi di euro – in un arco temporale ristrettissimo. Secondo il Protocollo d’intesa firmato nel luglio 2024, le opere di urbanizzazione primaria, le fognature e la messa in sicurezza dei moli devono essere completate entro la primavera del 2026 per permettere l’insediamento dei team internazionali. Questo “modello grandi eventi” è però al centro di un acceso dibattito: se da un lato garantisce la certezza dei finanziamenti e una data di fine lavori, dall’altro solleva dubbi sulla natura della bonifica. La questione centrale è se i lavori necessari per ospitare le basi veliche e i villaggi turistici siano realmente coerenti con la bonifica profonda prevista dal PRARU o se ne rappresentino una versione accelerata e “di superficie”. Le istituzioni assicurano che ogni intervento funzionale alle regate è progettato come un “tassello” del futuro parco urbano, minimizzando le opere effimere. Tuttavia, il cronoprogramma è serratissimo: il dragaggio dei fondali per permettere l’accesso ai catamarani di ultima generazione deve avvenire in parallelo alla rimozione dei sedimenti inquinati. Questa simultaneità è ciò che le fonti governative chiamano “efficienza operativa”, ma che i detrattori vedono come un rischio per la qualità ambientale dei lavori, temendo che la fretta di tagliare il nastro delle regate possa compromettere la meticolosità necessaria per una bonifica definitiva.

​La Trincea di Coroglio: la protesta dei residenti

​Le tensioni culminate nelle manifestazioni di febbraio 2026 non sono esplosioni improvvise, ma il risultato di una convivenza forzata con un cantiere monumentale che ha impatti diretti sulla quotidianità. Al centro della protesta vi è il Borgo di Coroglio, una comunità storica che si sente stretta tra l’incudine degli espropri e il martello dell’inquinamento atmosferico. La popolazione ha denunciato un aumento vertiginoso del traffico di mezzi pesanti: centinaia di camion che ogni giorno trasportano terra e detriti attraverso strade già sollecitate dal fenomeno del bradisismo. La preoccupazione per la stabilità degli edifici, già compromessa dalle scosse che interessano l’area flegrea, si somma al timore per la salute. Le “polveri sottili” non sono percepite solo come un dato statistico dell’ARPAC, ma come una minaccia visibile che ricopre balconi e strade. I comitati civici chiedono garanzie sulla natura delle polveri sollevate durante gli scavi, temendo la dispersione di sostanze nocive storiche. C’è poi il tema della “gentrificazione”: l’idea che, una volta bonificata e resa splendida per l’America’s Cup, Bagnoli possa subire un processo di elitarizzazione che allontani i residenti storici per far posto a hotel di lusso e marine private. La richiesta che sale dalla piazza è quella di una “bonifica dal basso”, che preveda un monitoraggio indipendente e partecipato e che non sacrifichi il tessuto sociale del borgo sull’altare del prestigio internazionale.

 

 

​La Scienza al servizio del risanamento: come si pulisce un SIN

​Bonificare un Sito di Interesse Nazionale (SIN) delle dimensioni di Bagnoli è una delle sfide ingegneristiche più complesse al mondo. Non si tratta semplicemente di “togliere la terra sporca”, ma di trattare milioni di metri cubi di materiali eterogenei. Le tecniche attualmente impiegate, come descritto dai capitolati tecnici di Invitalia, spaziano dal soil washing (lavaggio del terreno per separare le frazioni inquinate) al desorbimento termico, fino alla messa in sicurezza permanente delle aree che non possono essere trattate in situ. La sfida più grande riguarda i sedimenti marini e la “Colmata”. Le istituzioni hanno optato per un approccio che prevede la rimozione selettiva dei materiali più pericolosi e la tombatura di quelli stabili, con l’obiettivo di restituire la balneabilità entro il 2027. Il monitoraggio dell’ARPAC gioca un ruolo fondamentale: la rete di centraline installata lungo il perimetro del sito deve garantire che le lavorazioni non superino le soglie di tossicità. Tuttavia, la scienza deve scontrarsi con l’incertezza del sottosuolo flegreo: la presenza di falde acquifere contaminate e la vicinanza di zone vulcaniche attive complicano ogni operazione di scavo. La trasparenza dei dati è diventata l’arma principale delle istituzioni per rassicurare la popolazione: i bollettini ambientali vengono pubblicati settimanalmente, ma la discrepanza tra il “limite di legge” e la percezione del rischio da parte di chi vive a pochi metri dai cumuli di terra rimane il principale ostacolo comunicativo.

​Il futuro possibile: il Parco Urbano e il mare libero

​Il progetto finale per Bagnoli, una volta spenti i riflettori dell’America’s Cup, è ambizioso: restituire alla città il più grande parco urbano affacciato sul Mediterraneo. Il PRARU prevede la creazione di un polmone verde di 250 ettari, con boschi, aree per lo sport, poli tecnologici e la riapertura di una spiaggia libera lunga oltre due chilometri. La visione istituzionale punta a un’integrazione perfetta tra archeologia industriale (con il recupero dei vecchi manufatti come l’Officina Meccanica) e innovazione sostenibile. Il Polo Tecnologico dell’Ambiente dovrebbe diventare un centro di ricerca internazionale sulla transizione ecologica, trasformando Bagnoli da simbolo dell’inquinamento a laboratorio della rigenerazione. La rimozione della colmata, sebbene parziale e modulata in base alle necessità dell’evento velico, dovrebbe consentire al mare di “respirare” nuovamente, ripristinando la sabbia dove per decenni c’è stato il cemento siderurgico. Questo scenario futuro è la promessa che le istituzioni usano per giustificare i disagi del presente. Il successo dell’inchiesta su Bagnoli dipenderà dalla capacità di verificare, anno dopo anno, se questi ettari di verde diventeranno realtà o se, come già accaduto in passato, il progetto si fermerà alle aree immediatamente funzionali agli interessi commerciali e turistici.

Una sfida per la credibilità dello Stato

​Il caso Bagnoli rappresenta oggi la prova del nove per la capacità amministrativa dell’Italia. Non è solo una questione napoletana, ma un test nazionale sulla gestione dei fondi PNRR e sulla capacità di gestire grandi bonifiche in tempi certi. La tensione tra istituzioni e popolazione è il riflesso di un contratto sociale che è stato infranto per troppi anni e che oggi si cerca di ricostruire sotto la pressione di un cronometro sportivo. La “rinascita” di Bagnoli non potrà dirsi compiuta solo con la consegna dei trofei della vela, ma solo quando l’ultimo cittadino di Coroglio potrà camminare in un parco sicuro e bagnarsi in un mare pulito senza il timore di ciò che si nasconde sotto i suoi piedi. La sfida del 2027 è dunque doppia: vincere la gara dell’efficienza internazionale e, soprattutto, vincere la gara della fiducia interna. Solo se la bonifica sarà profonda, trasparente e inclusiva, Bagnoli smetterà di essere una cicatrice per diventare il modello di una nuova Italia capace di riparare i propri errori storici. La storia insegna che Bagnoli non concede sconti: il terreno non dimentica ciò che gli è stato versato addosso, e la città non dimenticherà se questa sarà l’ennesima occasione sprecata.