Business migranti, il pm chiede oltre cento anni di carcere per 20 imputati
Oltre cento anni di carcere per capi e gregari del sistema criminale che avrebbe incassato migliaia di euro sfruttando una falla nel «Decreto Flussi». Il raggiro allo Stato sulla pelle dei migranti potrebbe costare caro a noti professionisti del Vesuviano e non solo. Nei giorni scorsi – a pochi mesi dalle sentenze di patteggiamento per i primi 22 imputati dell’inchiesta – si sono ritrovati davanti ai giudici altri venti imputati che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Alla sbarra sono finiti i legali e gli impiegati che gestivano le pratiche e «coordinavano» le fasi per il reclutamento dei migranti. Per la procura il giro d’affari era gestito da tre avvocati, ognuno si appoggiava a un centro di assistenza per la gestione delle pratiche, e riusciva a incassare centinaia di migliaia di euro.
Nella sua requisitoria al gip di Napoli, il pm Giuseppe Visone, ha chiesto dure condanne per gli appartenenti all’organizzazione criminale. Nel gruppo anche appartenenti al clan di camorra dei Fabbrocino, la cosca egemone nell’area vesuviana aveva acceso un riflettore sul business come emerso dagli atti dell’inchiesta che a giugno scorso aveva portato 45 persone nel mirino della Direzione Distrettuale Antimafia. L’indagine, coordinata dalla magistratura partenopea ha consentito di accertare un vero e proprio sistema utilizzato da Caf e altri studi professionali per l’ingresso in Italia di migliaia di clandestini. Dal Vesuviano al Trentino Alto Adige, la rete criminale per le assunzioni – spesso fittizie – di lavoratori migranti, era molto ampia. Secondo quanto accertato a capo dell’organizzazione tre avvocati con studi legali tra San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano che sfruttavano le agevolazioni del «Decreto flussi» per incassare soldi in cambio dei permessi di ingresso in Italia e favorendo poi la clandestinità di chi entrava sul territorio.
Lo scandalo scoppiato la scorsa estate – L’indagine venne alla luce a giugno scorso, ma un anno prima fu la presidente del Consiglio a lanciare l’allarme spiegando che, dopo aver costituito un tavolo tecnico per monitorare l’applicazione del decreto flussi per il triennio 2023-2025, palazzo Chigi si accorse che «da alcune regioni, su tutte la Campania» durante il click day si era registrato «un numero di domande di nulla osta al lavoro per extracomunitari totalmente sproporzionato rispetto al numero dei potenziali datori di lavoro, siano essi singoli o imprese».
L’inchiesta della procura di Napoli, che 8 mesi fa ha portato all’emissione di 45 misure cautelari, di cui 11 in carcere e 23 ai domiciliari, ha verificato circa 40mila domande e ha accertato che a capo dell’organizzazione c’erano tre avvocati – ognuno dei quali a capo di un Caf – e vi faceva parte anche un poliziotto. Coinvolti anche esponenti del clan camorristico Fabbrocino, che sfruttavano i loro contatti con gli avvocati per partecipare all’affare o, quando non ci riuscivano, imporre le estorsioni. Il sistema messo in piedi prevedeva il pre caricamento delle domande sui sistemi attraverso gli Spid di imprenditori compiacenti, con i migranti che avrebbero pagato fino a 10mila euro per poter presentare la domanda. A dicembre scorso a giudizio per patteggiamento sono finiti alcuni agenti della polizia municipale, avvocati, poliziotti e una quindicina di imprenditori; in queste settimane si è incardinato presso gli uffici del tribunale di Napoli il processo in abbreviato per gli indagati eccellenti dell’inchiesta.

