L’Inno violato: quando la musica divide. Prima di Pausini anche Hendrix, Gaye e Aguilera
CULTURA
8 febbraio 2026

L’Inno violato: quando la musica divide. Prima di Pausini anche Hendrix, Gaye e Aguilera

metropolisweb

La recente performance di Laura Pausini per l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026 ha confermato una regola aurea: non c’è spartito più pericoloso di quello di un inno nazionale. Non appena le prime note del Canto degli Italiani sono risuonate con l’impronta inconfondibile della cantante romagnola, la rete si è trasformata in un tribunale. C’è chi ha parlato di un’esecuzione troppo “pop”, chi ha criticato i volumi e chi, semplicemente, non ha perdonato quel tocco di personalità che trasforma una marcia del XIX secolo in un brano da grande arena.

​Il problema risiede nel cortocircuito tra identità artistica e liturgia istituzionale. L’inno, per definizione, è un bene comune. Quando un artista del calibro della Pausini lo interpreta usando il suo celebre vibrato e una dinamica vocale imponente, il pubblico percepisce uno strappo alla regola. Ma la storia della musica dimostra che Laura è in ottima compagnia.

​Il caso più celebre rimane quello di Jimi Hendrix a Woodstock nel 1969. La sua versione di The Star-Spangled Banner, distorta dai feedback della chitarra per imitare il suono delle bombe, fu vissuta come un insulto dai conservatori dell’epoca. Oggi è considerata un capolavoro assoluto, ma allora fu un terremoto mediatico.

​Diverso, ma altrettanto dirompente, fu il caso di Marvin Gaye nel 1983. Trasformò l’inno americano in una ballata Soul/Funk con un beat elettronico costante. I dirigenti sportivi rimasero pietrificati davanti a una versione giudicata “troppo sexy” e distante dalla solennità richiesta. Eppure, oggi quella performance è leggenda perché ebbe il coraggio di rendere l’inno un organismo vivo e moderno.

​Il confine tra personalizzazione e fallimento è però sottilissimo. Se la Pausini è stata accusata di eccessiva enfasi, altri artisti sono caduti nel baratro dell’eccesso stilistico. Fergie, nel 2018, propose una versione jazzata e rallentata che divenne virale per l’imbarazzo generato negli spettatori. Allo stesso modo, Christina Aguilera e Kat DeLuna sono state massacrate per l’abuso di melismi, acuti e virtuosismi tipici dell’R&B, che finivano per seppellire la melodia originale sotto l’ego del cantante.

​Ancora più drastico fu il caso di Macy Gray, la cui voce roca e il tempo trascinato attirarono i fischi dell’intero stadio. Anche in Italia la tensione è sempre altissima: basti pensare a Sergio Sylvestre, che nel 2020 si bloccò per un istante a causa dell’emozione in uno stadio Olimpico deserto. Quel silenzio fu interpretato dai social come una mancanza di rispetto, ignorando la fragilità umana di fronte a un simbolo così pesante.

​La bufera sulla Pausini rivela infine un tratto tipico dei nostri tempi: la pretesa di giudicare tecnicamente una performance ignorando le difficoltà di un’esecuzione in contesti complessi (stadi, arene ghiacciate, ritorni sonori distorti).

La polemica ci ricorda che l’inno nazionale è l’ultimo baluardo di un canone che molti vorrebbero immobile. Accettiamo che una canzone d’amore venga stravolta in una cover, ma facciamo fatica a tollerare che il brano che ci rappresenta cambi abito. Che sia il rock di Hendrix, il soul di Gaye o il pop della Pausini, l’artista che accetta la sfida sa che starà camminando su un filo teso sopra un abisso di aspettative popolari.