Il nuovo sogno: Capri capitale dell’arte contemporanea
CULTURA
8 febbraio 2026

Il nuovo sogno: Capri capitale dell’arte contemporanea

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Capri non è un luogo: è una condizione mentale. L’isola si offre da secoli come un’immagine compiuta, una promessa mantenuta. La luce che incide le rocce, i Faraglioni come scultura primordiale, la Piazzetta come teatro permanente del mondo. Tutto, a Capri, sembra già detto. Eppure, oggi l’isola si candida a diventare Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028, entrando ufficialmente in un circuito che parla di progettazione culturale, governance, sostenibilità, partecipazione. La domanda, allora, non è soltanto se Capri possa ambire a questo titolo, ma se — e a quali condizioni — ne abbia davvero bisogno. «Qui si incontrano natura, bellezza e sperimentazione», dichiara il sindaco Paolo Falco, segnando un passaggio simbolico rilevante. Capri non chiede di essere celebrata per ciò che è stata, ma per ciò che può ancora diventare. Non un museo a cielo aperto, bensì un laboratorio. Un’isola che, accanto al turismo iconico e spesso ipersaturo, rivendica una vocazione produttiva nel campo dell’arte contemporanea, provando a spostare l’asse dal consumo dell’immagine alla generazione di senso. Del resto, il rapporto tra Capri e l’arte contemporanea è tutt’altro che episodico. È un legame antico e irregolare, fatto più di attrazioni magnetiche che di politiche strutturate.

Le presenze sull’isola.

Qui hanno vissuto, lavorato o lasciato tracce profonde artisti come Joseph Beuys, che a Capri individuò uno dei luoghi fondativi del proprio pensiero simbolico; Cy Twombly, per il quale l’isola divenne spazio mentale prima ancora che geografico; Anish Kapoor, capace di misurare la propria ricerca con la materia stessa del paesaggio. Fino ad arrivare a interventi più recenti e volutamente perturbanti, come quelli di Maurizio Cattelan a Casa Malaparte, luogo-simbolo che continua ad attrarre l’arte come un campo magnetico. Capri, in questo senso, è sempre stata contemporanea senza bisogno di dichiararlo. Il punto, allora, non è dimostrare che l’arte sia passata di qui, ma interrogarsi su come — e se — essa possa mettere radici. Quali artisti e quali progetti animano oggi l’isola? La risposta non è un catalogo di grandi nomi, né l’elenco di eventi spettacolari, ma piuttosto un mosaico di iniziative, presenze e sperimentazioni che raccontano un’altra Capri: meno visibile, meno rumorosa, ma non per questo meno significativa. Una Capri che non si limita ad attrarre, ma tenta, con fatica, di produrre cultura. In questo quadro, bastano pochi esempi per cogliere la direzione. Manifestazioni come Nomad Capri, ospitata nella Certosa di San Giacomo, o il Festival del Paesaggio di Anacapri mostrano come l’arte contemporanea venga chiamata a dialogare con luoghi storici e naturali senza sovrastarli, attraverso installazioni temporanee, interventi site-specific, riflessioni sul rapporto tra identità, memoria e ambiente. Non un sistema ancora compiuto, ma un campo di prova, frammentario e promettente.

Il confronto.

È proprio qui che il confronto con Gibellina si impone con forza. Se a Gibellina l’arte contemporanea è stata una risposta necessaria a una ferita — il terremoto, la distruzione, la perdita irreversibile di un tessuto urbano e simbolico — a Capri la situazione è radicalmente opposta. L’arte non nasce per colmare un vuoto, ma rischia piuttosto di confrontarsi con un pieno assoluto: un paesaggio già compiuto, iconico, mitizzato, quasi intoccabile. A Gibellina l’arte ha ricostruito un’identità; a Capri dovrebbe, semmai, metterla in discussione. In questo senso, il titolo di Capitale dell’arte contemporanea, assume nei due contesti un significato nettamente diverso. A Gibellina ha rappresentato un atto politico e riparativo, una forma di risarcimento simbolico e di rifondazione. A Capri, invece, non può e non deve essere un’operazione di rilancio: Capri non è un luogo da rilanciare. Semmai, il rischio opposto è quello della cristallizzazione, della rendita iconica, della trasformazione della bellezza in cliché. l’arte contemporanea non serve a fondare, ma a interrogare; non a costruire identità, ma a incrinarla produttivamente. Allo stesso tempo, anche lo spazio pubblico dell’isola offre segnali interessanti. Installazioni temporanee in Piazza Umberto I o interventi scultorei di forte impatto visivo mostrano come la contemporaneità possa inserirsi nel cuore simbolico di Capri. Una presenza che non cancella l’immaginario esistente, ma lo mette in tensione, aprendo brecce interpretative. Tutto questo indica con chiarezza che Capri non è un deserto culturale contemporaneo. Le voci, i progetti, le presenze non mancano. Ciò che manca — e che una candidatura strutturata potrebbe finalmente attivare — è un sistema organico, capace di trasformare episodi isolati in un ecosistema stabile di produzione artistica, ricerca e formazione. La vera posta in gioco non è il titolo in sé, ma la costruzione di un modello sostenibile nel tempo. Ed è qui che emergono i nodi critici. Come trasformare una predisposizione naturale in un progetto consapevole, senza snaturarla? Il rischio è evidente: aggiungere un’etichetta a un luogo già sovraesposto, sovrapporre eventi a un calendario turistico che, nei mesi estivi, implode su se stesso.

Di cosa ha bisogno Capri.

Capri non ha bisogno di “più cose”, ma di altre cose. E soprattutto di altri tempi. L’arte contemporanea, se pensata come processo e non come vetrina, può diventare uno strumento potente di destagionalizzazione: residenze artistiche nei mesi invernali, progetti di ricerca site-specific, percorsi educativi per la comunità, uso temporaneo e intelligente di spazi storici e naturali. Non grandi eventi mordi-e-fuggi, ma una trama continua, capace di incidere sul tessuto locale. Il dossier di candidatura sembra muoversi in questa direzione: mappatura delle realtà esistenti, coinvolgimento degli operatori culturali, governance partecipativa. La sfida, tuttavia, sarà evitare che la contemporaneità venga ridotta a una patina glamour, funzionale allo storytelling turistico. Capri non può permettersi una “biennale diffusa” senz’anima. Deve invece interrogarsi su quali linguaggi artistici siano davvero in grado di dialogare con un paesaggio così forte, senza esserne schiacciati né banalizzati. E allora si torna alla domanda iniziale. Capri ha bisogno di diventare Capitale dell’arte contemporanea? Forse no, se il titolo è inteso come consacrazione. Forse sì, se viene usato come pretesto virtuoso per fare ordine, investire in competenze, costruire una visione di lungo periodo che tenga insieme cultura, turismo e qualità della vita dei residenti. Il vero valore non sarà vincere il bando, ma il processo che la candidatura saprà attivare. Accettare la sfida della contemporaneità significa esporsi a un rischio salutare: smettere di vivere di rendita e tornare a produrre senso. Se saprà farlo con misura, ascolto e coraggio, allora sì, questo titolo potrà servire. Non a rendere Capri più famosa, ma più necessaria.