Castellammare, la cassa del clan era la trousse di lady D’Alessandro
CRONACA
9 febbraio 2026

Castellammare, la cassa del clan era la trousse di lady D’Alessandro

Michele De Feo

Quei soldi puzzavano di droga e sangue ma erano nascosti tra i profumi della moglie del boss Vincenzo D’Alessandro. Tra una bottiglia di Chanel e Dior fioccavano decine di banconote di vario taglio probabilmente destinati a finire nelle tasche degli affiliati alla cosca di Scanzano, il clan egemone a Castellammare di Stabia praticamente da mezzo secolo. Quando i carabinieri hanno arrestato Carmela Elefante nella sua abitazione a Scanzano (il rione roccaforte del clan D’Alessandro) hanno trovato 21mila euro in contanti sparsi e ben nascosti in diversi angoli dell’appartamento. La donna è in carcere ed è accusata di essere la cassiera del clan D’Alessandro e la custode dei fondi dell’organizzazione criminale destinati alle mesate dei fedelissimi della cosca. Di questi 21mila euro 14 erano nascosti nei doppifondi di due confezioni di profumi di Carmela Elefante. Una prova, l’ennesima a carico della donna incensurata, che emerge da una recente sentenza della Corte di cassazione che ha confermato alla 46enne la misura cautelare del carcere. La moglie del boss Vincenzo D’Alessandro è in cella dalla scorsa estate e attualmente è sotto processo con l’accusa pesantissima di associazione a delinquere di stampo camorristico. L’Antimafia le contesta di essere stata la cassiera del clan D’Alessandro tra il 2020 e il 2022. Una posizione che viene fuori nell’ambito dell’inchiesta Domino III, l’indagine che ha fatto luce sulle dinamiche della cosca di Scanzano quando questa era retta dal boss Vincenzo D’Alessandro, terzo figlio del padrino defunto Michele D’Alessandro. A sostegno della tesi del pm dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta, il magistrato che si occupa delle inchieste sulla camorra dell’area stabiese e dei Lattari, ci sono diverse intercettazioni telefoniche e ambientali su cui la difesa della 46enne, rappresentata dal penalista stabiese Antonio de Martino, sta provando a confutare il significato che l’accusa gli ha attribuito. Ma c’è un dettaglio ulteriore che emerge dall’ascolto delle ambientali captate dalla cimice che i militari del nucleo investigativo di Torre Annunziata hanno piazzato nella casa della moglie del boss. E’ quello di un fruscio che si sente in sottofondo e che in alcuni casi disturba le voci degli interlocutori nelle conversazioni. E’ un rumore freddo, di carta che si strofina rapidamente. Per la Dda, e per i tecnici degli 007 della caserma di Torre Annunziata, è il suono delle banconote che la donna, per l’accusa, contava in casa accuratamente. Con la famiglia D’Alessandro, ed è la storia di un’organizzazione criminale feroce e sanguinaria che lo dimostra, non si scherza. Figuriamoci se alle base di eventuali dissidi ci possano essere motivi economici. Non è un caso che tra le decine di intercettazioni telefoniche emerga una precisione chirurgica per quel che riguarda il pagamento degli stipendi agli affiliati. E non è un caso per la Dda che questo ruolo sia stato affidato ad Elefante, donna che viene descritta nelle informative come estremamente precisa e minuziosa in ogni dettaglio. Quando i carabinieri hanno eseguito la perquisizione nella sua abitazione infatti hanno trovato diverse difficoltà a trovare il denaro. Tra i mobili del salotto e delle sale principali dell’abitazione infatti erano nascosti pochi spiccioli perché il grosso era situato nella stanza più intima per una donna: quella che ogni mattina usa per prepararsi. Così i militari sopra un comodino bianco e in uno scaffale a fianco ad uno specchio con una cornice in oro hanno notato i due profumi. Li hanno aperti e dentro hanno trovato la prova, forse decisiva ai fini dell’esito del processo. La Dda ha chiesto la condanna a otto anni di cella per Carmela Elefante. La sentenza è prevista per il mese di marzo. Al processo che si sta tenendo con il rito abbreviato sono imputati anche il marito, Vincenzo D’Alessandro, il figlio Giovanni (recentemente scarcerato ai domiciliari fuori regione), e altri fedelissimi alla cosca di Scanzano.