Vitalizio in carcere in cambio del loro silenzio, condannati i killer di Giancarlo Siani
Quarant’anni dopo l’omicidio di Giancarlo Siani, la sua storia continua a incrociarsi con le aule di giustizia. Una vicenda che non smette di restituire sentenze, revisioni e nuovi verdetti, a conferma di quanto profonda e ramificata sia stata la rete criminale che portò all’uccisione del giovane giornalista de Il Mattino. L’ultimo capitolo arriva dalla Corte d’Appello di Napoli, dove si è concluso il nuovo processo di secondo grado, celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione.Al centro del procedimento Armando Del Core e Ciro Cappuccio, già condannati in passato come killer materiali di Giancarlo Siani. Per entrambi i giudici hanno confermato il carcere, rideterminando però la pena in quattro anni di reclusione ciascuno. Una condanna che arriva con una significativa rimodulazione del quadro accusatorio: è stata infatti esclusa l’aggravante mafiosa, elemento che ha inciso in modo decisivo sulla quantificazione finale della pena.Il processo riguardava una più ampia tranche giudiziaria legata ad alcuni affiliati al clan Polverino di Marano di Napoli. Secondo l’accusa, Del Core e Cappuccio, detenuti all’epoca dei fatti contestati, avrebbero beneficiato del pagamento di un vero e proprio “vitalizio” in cambio del loro silenzio, una forma di sostegno economico garantita dal sistema criminale per assicurare l’omertà su fatti e responsabilità di primo piano.
Le imputazioni principali, a vario titolo, spaziavano dall’associazione mafiosa al riciclaggio, fino allo spaccio aggravato dal metodo mafioso.Nel nuovo giudizio di appello, però, le accuse di riciclaggio sono state rideterminate e private dell’aggravante mafiosa. Resta il peso simbolico e giudiziario di una condanna che coinvolge due uomini indicati come esecutori materiali di un delitto che ha segnato la storia del giornalismo italiano. Giancarlo Siani fu assassinato su mandato dei fratelli Nuvoletta, vertici della camorra, per aver raccontato con precisione e coraggio gli equilibri e le faide interne ai clan.La sentenza della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Napoli ha ridisegnato anche le posizioni degli altri imputati. Luigi Esposito è stato condannato a 7 anni e 4 mesi di reclusione, mentre per Michele Marchesano la pena è stata fissata in 10 anni. Salvatore Cappuccio è stato prosciolto per intervenuta prescrizione. L’unica assoluzione piena, con la formula “per non aver commesso il fatto”, riguarda Nicola Del Core, figlio di Armando, difeso dall’avvocato Arnaldo Lepore.Un verdetto che non chiude definitivamente il peso storico dell’omicidio Siani, ma che riporta al centro il tema dei legami economici e delle protezioni garantite ai killer anche dopo l’arresto. A distanza di decenni, la giustizia continua a scavare, restituendo un’immagine nitida di quanto il silenzio, nel mondo della camorra, possa essere pagato caro. E di come la verità, anche se tardiva, resti un dovere nei confronti della memoria di chi ha perso la vita per aver raccontato i fatti.

