Scacco al clan D’Alessandro, murati vivi al 41 bis i padrini di Castellammare: uno ordinò l’omicidio di un politico
Sono le 20 di lunedì quando nel parcheggio della casa circondariale di Caltanissetta arriva un blindato. Gli agenti della polizia penitenziaria stringono tra le mani un decreto firmato dal Ministro della giustizia Carlo Nordio. «Portateci alla cella di Vincenzo D’Alessandro, dobbiamo trasferirlo subito al 41 bis, anche ora sta comandando il clan dal carcere», dicono al secondino che custodisce le chiavi dell’ala di massima sicurezza del carcere siciliano. Il boss quando ha visto gli agenti della penitenziaria arrivati per lui è rimasto per un attimo sorpreso.
Che l’Antimafia avesse richiesto la misura del carcere duro per «Enzuccio» era ormai risaputo, ma che il trasferimento arrivasse prima di una sentenza per la sfilza di processi per cui è imputato non era per nulla scontato. Al carcere duro, da qualche settimana, è finito anche Paolo Carolei, 54 anni, già condannato all’ergastolo, che con D’Alessandro, per la Dda, ordinò il duplice delitto di Carmine D’Antuono e dell’innocente Federico Donnarumma. Omicidio, associazione a delinquere di stampo camorristico, armi, minacce, lesioni gravi ed estorsione. Sono quattro i processi aperti (tutti ancora in primo grado) a carico di «Enzuccio», 48 anni, (ne compirà 49 tra pochi giorni) considerato uno dei capi indiscussi del clan D’Alessandro, la cosca egemone a Castellammare da praticamente mezzo secolo.
L’ultimo decreto di giudizio immediato gli è stato notificato in cella poche settimane fa. E’ il terzo figlio del padrino defunto Michele D’Alessandro. L’ultimo di una discendenza di una famiglia consacrata al crimine organizzato. I suoi fratelli maggiori, Pasquale e Luigi, sono ancora detenuti. Il primo è stato arresto a novembre, il secondo invece sta terminando di scontare (il fine pena è fissato per il prossimo 2027) una condanna per associazione a delinquere di stampo camorristico anche lui al regime del carcere duro. La stessa condizione in cui ora si trova Vincenzo D’Alessandro. Nel 1999 apre il suo «curriculum» criminale commettendo alcuni reati nell’ambito del traffico di droga. Un «settore» che però abbandonerà subito. Il boss, «educato» alla «vecchia camorra» ha sempre disprezzato l’affare della cocaina nonostante il clan D’Alessandro abbia incassato milioni di euro dalla vendita dell’oro bianco.
Ai suoi killer, da quanto raccontano (molti sono collaboratori di giustizia), gli vietava categoricamente l’uso di sostanze stupefacenti. E proprio in quegli anni, tra il 2008 e il 2009 quando per l’Antimafia ordinò alle bocche di fuoco della cosca di Scanzano di uccidere Antonio Vitiello, Carmine D’Antuono, l’innocente Federico Donnarumma (ucciso per errore), e l’ex consigliere comunale del Pd Gino Tommasino, impose ai suo fedelissimi di «pensare alle cose serie» e di mettere le mani sui «finanziamenti pubblici».
Già tra il 2000 e il 2005, nell’ambito dell’inchiesta Tsunami, è accusato di essere stato il reggente dell’organizzazione criminale. Arrestato da latitante nel 2010, nel pieno della stagione di sangue, a Rende, in Calabria, è rimasto al «fresco» (anche al 41 bis nel super carcere di Nuoro) fino al 2018 per poi ritornare a Castellammare, nel suo fortino nel rione di Scanzano, nel 2020. Proprio negli anni della detenzione in un colloquio con la moglie, annunciò che alla sua scarcerazione si «sarebbe ripreso tutto». Questa volta però dando al clan un’impronta manageriale. A Nuoro, dove aveva l’obbligo di soggiorno, «Enzuccio» ha aperto una ditta per procacciare clienti e prodotti per impianti elettrici. E sempre a Nuoro aveva deciso di investire nel settore delle poste private. Arrestato il 29 maggio del 2024, insieme a Paolo Carolei, con l’accusa di aver ordinato i 4 delitti, in carcere gli sono stati notificati altri due ordini di cattura con l’accusa di essere stato il reggente della cosca di Scanzano dal 2020 sino al giorno del suo ritorno in cella. Tra le carte delle ultime inchieste sono emersi anche rapporti tra il boss e un broker finanziario del nord Italia che curebbe i suoi affari in Germania. La Dda ha chiesto per lui 20 anni di cella mentre il processo sui quattro omicidi è appena entrato nel vivo.
I due provvedimenti firmato dal ministro Nordio si fondano su una corposa relazione firmata dal pm della Dda Giuseppe Cimmarotta. Tra le righe si legge chiaramente che Vincenzo D’Alessandro e Paolo Carolei sono «soggetti pericolosi e che riescono ad avere rapporti con il clan anche dal carcere». Due decreti che non colpiscono solo il clan D’Alessandro ma che assestano un duro colpo anche ai Di Martino di Gragnano. La cosca con roccaforte a Iuvani è alleata a quella di Scanzano proprio per il tramite di Paolo Carolei.
Il ras, che ha già scontato una lunga condanna anche al carcere duro per associazione a delinquere di stampo camorristico, è stato rinviato a giudizio per essere stato una pedina fondamentale della cosca di Scanzano tra il 2022, quando fu scarcerato, sino al giorno del suo arresto, il maggio del 2024. E’ attualmente imputato anche al processo OIimpo con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo camorristico. Al procedimento che lo vede imputato per il duplice omicidio D’Antuono-Donnarumma è stato in primo grado all’ergastolo.
Il regime di detenzione previsto del 41-bis è applicato a detenuti ritenuti ancora in grado di mantenere collegamenti con organizzazioni criminali, terroristiche o mafiose. La sua finalità principale è interrompere ogni possibile contatto tra il detenuto e l’organizzazione di appartenenza. I detenuti al 41-bis sono reclusi in sezioni dedicate, con celle singole, e trascorrono gran parte della giornata in isolamento.
L’ora d’aria è concessa in gruppi molto ristretti e sempre con le stesse persone. I colloqui con i familiari sono fortemente ridotti: in genere uno al mese, della durata massima di un’ora. Tutta la corrispondenza scritta è sottoposta a censura preventiva. Anche l’accesso a libri, giornali e televisione è regolamentato, così come la possibilità di ricevere o detenere oggetti personali. Le attività lavorative e trattamentali sono quasi inesistenti, mentre ogni spostamento avviene sotto scorta e con misure di sicurezza rafforzate. Il 41-bis ha durata temporanea ma può essere prorogato, previo controllo dell’autorità giudiziaria. È una misura che solleva da anni un intenso dibattito giuridico e politico, sospesa tra esigenze di sicurezza dello Stato e tutela dei diritti fondamentali della persona detenuta. Michele De Feo

