Le chat tra Ranucci e Boccia e il dibattito sul metodo giornalistico: cronaca di una polemica
L’inchiesta giornalistica sul “caso Sangiuliano” si è arricchita di un filone parallelo che vede come protagonisti il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e Maria Rosaria Boccia, che proprio ieri è stata rinviata a giudizio. Al centro del caso mediatico ci sono i retroscena documentati nelle chat di WhatsApp scambiate tra i due nel periodo in cui veniva costruita l’inchiesta giornalistica in onda su RaiTre. Tali conversazioni, depositate agli atti della Procura di Roma nell’ambito dell’indagine che coinvolge l’ex Ministro della Cultura, sono state oggetto di discussione nella trasmissione Lo Stato delle Cose di Massimo Giletti.
La polemica si sviluppa su due binari distinti. Il primo riguarda il linguaggio utilizzato da Ranucci in alcuni passaggi delle conversazioni private. L’attenzione si è focalizzata su riferimenti a colleghi giornalisti e su considerazioni circa presunte influenze di lobby e gruppi d’interesse. Parte del mondo politico e dell’informazione ha interpretato queste espressioni come discriminatorie e non conformi ai doveri di decoro richiesti a un esponente del Servizio Pubblico. In particolare, è stata duramente contestata la terminologia utilizzata per descrivere l’orientamento sessuale di terzi, ritenuta da molti un’offesa deontologica.
Il secondo binario della polemica riguarda il rapporto tra giornalista e fonte. Le chat rivelano la fase della “coltivazione” della fonte, ovvero il processo attraverso il quale un cronista cerca di ottenere la fiducia e il materiale necessario per un’inchiesta. I critici di Ranucci sostengono che i messaggi mostrino un approccio troppo confidenziale e finalizzato a una strategia politica orchestrata. Di contro, la difesa del conduttore di Report sottolinea che tali scambi rientrano nella normale prassi giornalistica: un linguaggio informale e talvolta tattico sarebbe necessario per gestire fonti complesse e ottenere documenti di rilevanza pubblica.
Sul fronte istituzionale, la vicenda ha innescato una reazione immediata in Commissione di Vigilanza Rai. Esponenti della maggioranza hanno richiesto audizioni urgenti dei vertici di Viale Mazzini, ipotizzando violazioni del Codice Etico aziendale e del contratto di servizio. Le opposizioni, pur con toni diversi, hanno generalmente denunciato quello che considerano un tentativo di delegittimazione del giornalismo d’inchiesta attraverso la pubblicazione di messaggi privati decontestualizzati.
Ad oggi, la questione resta aperta su più livelli: quello deontologico, quello aziendale, riguardante le possibili sanzioni o chiarimenti interni alla Rai; e quello politico, che vede la vicenda come un nuovo terreno di scontro tra la libertà d’inchiesta e la tutela della privacy e del decoro delle istituzioni.

