L’età degli equilibristi. Giovani divisi tra l’ansia del futuro e l’utopia dell’amore
YOUNG
10 febbraio 2026

L’età degli equilibristi. Giovani divisi tra l’ansia del futuro e l’utopia dell’amore

Viaggio nel cuore della “Generazione Ossimoro”. Un’analisi profonda di chi siamo, cosa sogniamo e perché il mondo fatica a capirci
Asia Schettino

Di fronte ai dati dell’Osservatorio Iride, presentati alla Camera, la tentazione del mondo adulto è quella di cercare una definizione univoca. Ma i 25.000 studenti che hanno risposto all’indagine, sfugge alle etichette. Se dovessimo scattare una fotografia della nostra anima, non sarebbe un ritratto nitido, ma un’esposizione multipla. Siamo la Generazione Ossimoro. Un insieme di paradossi
che camminano su un filo teso tra il desiderio di cambiare il mondo e la paura di non poter pagare l’affitto.

Il crollo dei pregiudizi
​Per anni ci hanno chiamato bamboccioni o neet, dipingendoci come giovani senza spina dorsale, chiusi nelle proprie camerette e disinteressati al bene comune. I numeri del Censis e della Fondazione Costruiamo il Futuro dicono il contrario. Il 30,2% si dichiara ottimista e il 29,8% fiducioso. Non è l’ottimismo ingenuo di chi non vede i problemi, perché contemporaneamente il 34,2% ammette di essere incerto e il 30,9% ansioso.
​Questi stati d’animo convivono. Siamo ansiosi perché siamo responsabili. Siamo incerti perché il mondo ha smesso di offrire garanzie. Eppure, in questo caos, manteniamo una motivazione ferocissima: il 68,7% di noi ha l’ambizione di proseguire gli studi. Vogliamo strumenti per combattere in un’arena. La nostra non è apatia, è iper-consapevolezza.

Il primato del cuore
​In un’epoca dominata dal digitale, dal consumo rapido e dai rapporti liquidi, l’88,8% dei giovani mette al primo posto il desiderio di vivere con la persona amata. Non è una statistica; è un grido di aiuto e di speranza.
​In un mercato del lavoro che ci spaventa (il 62,8% è preoccupato), l’affetto è l’unica moneta che non si svaluta. L’amore è diventato il nostro porto sicuro. Se fuori tutto è precario, se i contratti sono a termine e le carriere frammentate, la costruzione di un legame solido è l’ultimo atto rivoluzionario possibile.
​A questo si lega il desiderio di genitorialità: il 70,8% desidera avere figli. È una scommessa sul futuro, se pensiamo alle difficoltà economiche che ci circondano.

​La scuola sotto processo

​Se il 71,7% promuove la scuola ritenendo la preparazione adeguata, non possiamo ignorare il 28,3% che si sente tradito. Per questi ragazzi, la scuola è una scatola chiusa che non comunica con l’esterno.
​Le motivazioni della bocciatura sono nette. ​Il 74,6% afferma che la “vita vera” è fuori dalle mura scolastiche. ​Il 67,6% soffre una competitività tossica che schiaccia il talento in nome dei voti. ​Il 54,5% definisce l’esperienza scolastica noiosa.
​Chiediamo che la scuola smetta di essere un museo delle nozioni e diventi una palestra di vita. Il 56,1% vuole conoscere i propri diritti e doveri, vuole saper leggere una busta paga o un contratto di lavoro. Il 40,9% chiede di imparare come muoversi tra banche, uffici e istituzioni. Non vogliamo meno cultura, vogliamo una cultura che sappia sporcarsi le mani con la realtà.

​Il lavoro: non siamo in vendita
​C’è un mito da sfatare: quello dei giovani che rifiutano il lavoro per pigrizia. L’indagine mostra che solo il 7,5% accetterebbe “qualunque lavoro”. Il resto è selettivo. Ma non è superbia: è dignità.
Il 91,6% aspira a un lavoro che ama e l’89,6% punta al successo professionale. Per noi, però, il successo non è più (solo) il conto in banca o la fama sui social. È la coerenza. Vogliamo un impiego che ci permetta di vivere una vita soddisfacente (88,7%), che ci consenta di fare la differenza (74,1%).
​Siamo una generazione che vuole impattare sul mondo.

​Paradosso dell’orientamento
​La preoccupazione per il futuro lavorativo (62,8%) non è una paura astratta. È la consapevolezza di un divario (mismatch) tra ciò che sappiamo fare e ciò che il mercato chiede. Le parole del Ministro Valditara sul modello 4+2 e sulla filiera tecnico-professionale intercettano un bisogno reale: quello di avere sbocchi chiari e retribuzioni dignitose.
​Tuttavia, noi ragazzi chiediamo di più. Chiediamo che il Docente Orientatore non sia solo un burocrate che ci somministra test attitudinali, ma una guida capace di metterci in contatto con l’impresa reale. Abbiamo bisogno di ponti, non di muri.

Gli “Equilibristi” senza rete
​Dicono che siamo equilibristi. Camminiamo su una fune tesa sopra un abisso di incertezza economica e climatica. Se cadiamo, spesso non troviamo una rete di protezione. La famiglia fa quello che può, ma lo Stato e la scuola devono fare di più.
​La nostra consapevolezza di essere “in pericolo” non ci rende rassegnati, ma ci rende pragmatici. Siamo i primi a chiedere competenze, a pretendere serietà. Non cerchiamo scorciatoie. Cerchiamo una “alleanza”, come è stata definita durante la presentazione alla Camera: un patto generazionale dove i ragazzi mettono l’energia e gli adulti mettono le infrastrutture e la fiducia.

L’attivismo del quotidiano
​Il desiderio di cambiare il mondo (74,1%) si traduce in un attivismo che non è più quello delle piazze ideologiche del secolo scorso, ma un attivismo del quotidiano. Vogliamo aziende etiche, vogliamo sostenibilità, vogliamo rispetto per le diversità. Il nostro “senso del lavoro” è intrinsecamente legato al “senso della scuola”: entrambi devono servire a renderci cittadini migliori, non solo ingranaggi di una macchina produttiva.

La bellezza della complessità
​Siamno una gioventù vibrante. Ppieni di contraddizioni? Sì. Abbiamo paura? Spesso. Ma siamo l’unica forza capace di immaginare un futuro diverso. ​Se l’88,9% di noi mette l’amore al primo posto, significa che non tutto è perduto. Non chiedeteci di essere meno ansiosi; chiedeteci di essere più preparati. Non dateci sussidi; dateci strumenti.