Il boss Vincenzo D’Alessandro al 41 bis: «Comandava il clan di Castellammare dal carcere»
Il provvedimento firmato dal ministro Carlo Nordio si fonda su una corposa relazione firmata dal pm dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta. Tra le righe si legge chiaramente che Vincenzo D’Alessandro è un «soggetto pericoloso e che ha contatti con il clan anche dal carcere».
Poche settimane prima di essere arrestato nel maggio del 2024, Vincenzo D’Alessandro aveva ordinato al ras Michele Abbruzzese di commettere un altro omicidio. L’episodio è stato ricostruito dall’ascolto di alcune intercettazioni ambientali nelle quali il ras del centro antico, già fedelissimo del padre di «Enzuccio», parlando con la moglie le comunicava che avrebbe dovuto aspettare il via libera da Paolo Carolei, l’altro boss finito al 41 bis. La vittima dell’agguato, mai eseguito, è ancora ignota. Il piano non si concretizzò per l’arresto dei due padrini. La Dda ha inoltre acceso i riflettori su alcune lettere che D’Alessandro ha inviato dal carcere al suo factotum, Giuseppe Oscurato, al quale ordinò di comprare una torta e una bottiglia di champagne per la scarcerazione di un affiliato del clan Vitale.
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Il regime di detenzione previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario rappresenta la forma più rigorosa di carcere prevista in Italia ed è applicato a detenuti ritenuti ancora in grado di mantenere collegamenti con organizzazioni criminali, terroristiche o mafiose. La sua finalità principale è interrompere ogni possibile contatto tra il detenuto e l’organizzazione di appartenenza, anche dall’interno del carcere. Le limitazioni sono numerose e incidono profondamente sulla vita quotidiana. I detenuti al 41-bis sono reclusi in sezioni dedicate, con celle singole, e trascorrono gran parte della giornata in isolamento. L’ora d’aria è concessa in gruppi molto ristretti e sempre con le stesse persone, selezionate dall’amministrazione penitenziaria per evitare scambi di informazioni.I colloqui con i familiari (la moglie del boss, Carmela Elefante è in carcere con l’accusa di essere stata la cassiera del clan, mentre uno dei figli, Giovanni, è ai domiciliari fuori regione con l’accusa di estorsione) sono fortemente ridotti: in genere uno al mese, della durata massima di un’ora, svolto dietro un vetro divisorio e con interfono. Le telefonate sono rare e autorizzate solo in casi eccezionali. Tutta la corrispondenza scritta è sottoposta a censura preventiva. Anche l’accesso a libri, giornali e televisione è regolamentato, così come la possibilità di ricevere o detenere oggetti personali. Le attività lavorative e trattamentali sono quasi inesistenti, mentre ogni spostamento avviene sotto scorta e con misure di sicurezza rafforzate. Il 41-bis ha durata temporanea ma può essere prorogato, previo controllo dell’autorità giudiziaria. È una misura che solleva da anni un intenso dibattito giuridico e politico, sospesa tra esigenze di sicurezza dello Stato e tutela dei diritti fondamentali della persona detenuta. L’avvocato di D’Alessandro, il penalista Antonio de Martino, impugnerà il provvedimento del Ministro. Michele De Feo

