ESCLUSIVA. Il boss D’Alessandro al 41bis pubblica una raccolta di poesie: «Sono l’alibi della gente»
CRONACA
12 febbraio 2026

ESCLUSIVA. Il boss D’Alessandro al 41bis pubblica una raccolta di poesie: «Sono l’alibi della gente»

In vendita online la raccolta di versi del capoclan di Castellammare di Stabia. L'immagine sentimentale del padrino che stride con la sua ferocia
Michele De Feo

«La poesia è lo spazio dove posso essere ciò che desidero». Si legge anche questo verso tra le trenta composizioni che il boss Vincenzo D’Alessandro, 50 anni il prossimo 15 febbraio, ha scritto «viaggiando tra le gabbie di tutta Italia». Nella sua vita – secondo l’Antimafia – ha ordinato almeno quattro omicidi, tra cui quello di un politico, commesso centinaia di estorsioni, retto le redini di uno dei clan più feroci della storia della camorra. Ma il padrino di Castellammare di Stabia, città porta d’accesso della penisola sorrentina, è diventato poeta in carcere. Ieri, a pochi giorni dal suo trasferimento dal carcere di Agrigento al regime del 41 bis, la casa editrice «I canti Nulla Die» ha pubblicato una parte dei suoi componimenti scritti dietro le sbarre. La raccolta si intitola «Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà» ed è acquistabile su internet. L’opera, realizzata con l’aiuto di una tutor, è suddivisa in quattro capitoli: amore, libertà, riflessioni e ricordi. Il boss nelle sue poesie lascia uscire il suo io interiore e lo mostra a chi lo ha sempre conosciuto per le sue azioni criminali.

 

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Dai rapporti con la moglie e i figli, passando per i ricordi della madre, arrivando a lanciare messaggi velati a chi «non si è mai sporcato le mani» e delinque. «Io sono l’alibi della gente perbene, che nasconde i suoi peccati dietro le mie pene. La sorte non ha tirato i dadi. Li aveva in tasca, come le elezioni truccate», scrive il boss tra i suoi componimenti. Arrestato il 29 maggio del 2024 con l’accusa di essere il mandante di quattro omicidi commessi tra il 2008 e il 2009, D’Alessandro, dopo pochi giorni al carcere di Secondigliano fu trasferito ad Agrigento.

Lì ha ripreso a scrivere poesie, una passione che il boss aveva iniziato a coltivare in Sardegna, durante la sua prima lunga detenzione. Ma non solo. D’Alessandro in Sicilia aveva anche iniziato a studiare inglese.  «Per me, come per molti altri che scivolano nel silenzio della solitudine, la scrittura è rimasta l’unica voce possibile – scrive il boss nella prefazione del libro – Una voce intima, spesso soffocata nella vita quotidiana, che riesce a emergere solo quando tutto sembra perso». Per D’Alessandro scrivere «diventa allora un gesto estremo, un atto necessario, che nasce dalla disperazione e scava a fondo, fino a toccare le parti più buie e nascoste della coscienza».

 

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D’Alessandro, e questo è il paradosso, ha incontrato la sua salvezza (almeno quella spirituale) in carcere. Come Dante alle porte dell’Inferno ha incontrato il suo Virgilio che lo ha appassionato alla lettura e poi allo scrivere. «Eppure, proprio in quel momento, quando si raggiunge il fondo, qualcosa si muove – scrive ancora il boss – Una forza improvvisa, quasi fisica, spinge le parole fuori, come se il dolore stesso si trasformasse in energia. È come se la scrittura trovasse una scorciatoia per uscire dal male, per liberarsene almeno per un po’». Per D’Alessandro scrivere significa «anche sfidare la paura della memoria: è guardare in faccia quello che si vorrebbe dimenticare, e farci i conti, con coraggio». Proprio grazie a questo, per D’Alessandro «si comincia a credere che nessuno, davvero nessuno, è irrecuperabile. Che dentro ciascuno di noi resta una possibilità di riscatto, anche se sepolta sotto mille strati di rabbia, silenzio o dolore». Per il boss, questa possibilità, è stata rappresentata, e la cita con nome e cognome, da Alessandro Caria ex comandante di Badu e Carros, Carla Chiavarella e Luisa Pesante ex direttrici di Badu e Carros, «Tre persone – scrive D’Alessandro – che mi hanno salvato la vita». «Poi, ad Agrigento, da Giulia Alba, colei che ha preso per mano i miei sogni e li ha resi reali, vivi».

 

La raccolta di poesie di Vincenzo D’Alessandro

 

Il libro, conclude D’Alessandro, non esisterebbe senza il suo prezioso impegno». Il viaggio di D’Alessandro  è nel suo io interiore, tra sentimenti di rabbia, sete di sangue, amore e libertà. «Io, che mai mi accontento, inquieto amante, poeta in un’età priva di essenza. Sono io seguace d’un solo sentimento, scultore delle forme e della metrica. Io che con versi ti porto tormento, io che ti amo – unica, poetica». Scrive D’Alessandro sull’amore aggiungendo che «ho attraversato strade di fuoco, visto l’avidità degli uomini, conversato con l’odio. I miei occhi erano ormai avvezzi a scorgere ombre nel buio». Sul desiderio di libertà il boss si ispira a Schopenauer. «Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà. La libertà non si possiede, si vive. Ogni volta che ti vedo vorrei essere libero» scrive ancora D’Alessandro «ti ho vista. Una prigione e una liberazione, al contempo. Quasi spaventato, sono fuggito. Da cosa, non saprei spiegarlo nemmeno a te, che cammini tra i miei più intimi pensieri».

 

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Ma D’Alessandro è ancora più criptico quando in un’altra poesia scrive che «i tagli neri, depositi nelle scatole del tempo, insieme a quelle follie che pochi conoscono». L’intera raccolta D’Alessandro la dedica ai suoi affetti più cari. Alla moglie, Carmela Elefante (anche lei in carcere), ai figli, e alla madre, Teresa Martone. Sulla moglie del padrino defunto Michele D’Alessandro scrive: «Mamma scrivere di te è camminare nell’amore». Vincenzo D’Alessandro da qualche giorno si trova al regime del carcere duro. Per l’Antimafia continuava a dirigere il clan D’Alessandro, la cosca egemone da mezzo secolo nell’area stabiese, anche da dietro le sbarre. Sono diverse le lettere intercettate nel quale il boss avrebbe impartito ordini ai suoi affiliati. E’ il terzo figlio di Michele D’Alessandro.

 

I suoi fratelli maggiori, Pasquale e Luigi, sono entrambi detenuti. Arrestato nel maggio del 2024 con l’accusa di aver ordinato 4 omicidi tra il 2008 e il 2009, è imputato in due processi perché per la Dda avrebbe retto la cosca di Scanzano dal 2020 sino al giorno del suo ritorno in carcere. Un uomo che era capace di tutto e che si è macchiato di crimini orrendi. L’Antimafia ha chiesto per lui una condanna a 20 anni di cella, mentre il processo sui delitti è appena entrato nel vivo. Accuse che il suo legale, il penalista stabiese Antonio de Martino, sta provando a smontare e per il quale – il processo si sta tenendo in Corte D’Assise a Napoli – rischia di incassare l’ergastolo.