Caso Jaconis, il padre di Chiara dopo la sentenza: «I genitori del ragazzino chiedano scusa»
Il caso di Chiara Jaconis, la giovane turista padovana tragicamente scomparsa a Napoli nel settembre 2024, giunge a una svolta giudiziaria che riapre una ferita mai rimarginata. Mentre la città si prepara a ricordare quello che sarebbe stato il trentaduesimo compleanno della ragazza, le parole del padre, Gianfranco Jaconis, segnano un punto di non ritorno nel confronto con la famiglia individuata come responsabile della tragedia.
La sentenza del Tribunale dei Minorenni
Il Tribunale dei Minorenni di Napoli ha messo nero su bianco una ricostruzione dei fatti che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, il giudice ha accolto la versione delineata dalla Polizia e dalla Procura, identificando in un ragazzino di tredici anni il responsabile materiale del lancio della statuetta che ha ucciso Chiara. Per il giovane è scattata la formula del “non luogo a procedere”, data l’età inferiore ai quattordici anni che lo rende, per la legge italiana, non imputabile. Tuttavia, l’accertamento della dinamica è stato netto: la statuetta di onice non è caduta accidentalmente, ma è stata lasciata precipitare dall’alto.
Il grido di dolore di Gianfranco Jaconis
Davanti a una verità processuale che conferma i sospetti degli inquirenti, Gianfranco Jaconis ha espresso un profondo apprezzamento per il lavoro dei magistrati, lanciando però un appello intriso di amarezza verso i genitori del tredicenne. “Da parte nostra rimane l’auspicio che i genitori del ragazzino possano capire finalmente chi c’è dall’altra parte”, ha dichiarato Jaconis, sottolineando il contrasto tra la certezza dei fatti e il muro di dinieghi eretto dalla famiglia napoletana. Il padre di Chiara invoca un gesto di umanità: l’ammissione delle colpe e una richiesta di scuse che, finora, non sono mai arrivate. La difesa della coppia, infatti, continua a sostenere l’estraneità ai fatti, una posizione che la famiglia Jaconis fatica ad accettare di fronte alla gravità delle evidenze accolte dal giudice.
Il papà di Chiara
La ricostruzione di quel tragico pomeriggio
Per comprendere la portata di questa vicenda, occorre tornare a quel pomeriggio di metà settembre 2024. Chiara Jaconis stava passeggiando tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli insieme al fidanzato, godendosi le ultime ore di una vacanza prima di rientrare a Parigi, dove lavorava nel settore della moda. All’improvviso, all’altezza di via Sant’Anna di Palazzo, un oggetto pesante piombò dall’alto colpendola violentemente alla testa. Quell’oggetto era un pesante frammento di una statuetta di onice, un diffusore di profumi che si è trasformato in un proiettile mortale. Le telecamere di sorveglianza della zona e le minuziose indagini della Squadra Mobile hanno permesso di risalire a un balcone specifico, portando l’attenzione sulla famiglia che oggi si trova al centro del percorso giudiziario.
Le pendenze giudiziarie per i genitori
Se il figlio è protetto dalla non imputabilità per via dell’età, la posizione dei genitori è tutt’altro che archiviata. La Procura di Napoli ha già notificato l’avviso di conclusione delle indagini ipotizzando il reato di omessa vigilanza. Secondo l’accusa, la mancata custodia del minore e degli oggetti presenti nell’abitazione avrebbe reso possibile il verificarsi dell’evento fatale. Si attende ora la fissazione dell’udienza preliminare, momento in cui un giudice deciderà se disporre il rinvio a giudizio per la coppia. Per Gianfranco Jaconis, il processo rappresenta l’unica via per onorare la memoria di sua figlia: “Chiedo solo verità e giustizia per mia figlia, come sempre ho fatto finora”.
Un compleanno senza Chiara
La tempistica di questa decisione giudiziaria carica di ulteriore significato emotivo il 13 febbraio, giorno in cui Chiara avrebbe compiuto 32 anni. In un clima di commozione collettiva che ancora unisce Padova e Napoli, il ricordo della giovane turista rimane vivo, così come la richiesta di responsabilità che suo padre continua a portare avanti con estrema dignità. La sentenza del tribunale dei minori non è che un tassello di un mosaico di giustizia ancora incompleto, ma definisce con chiarezza che ciò che accadde tra i vicoli di Napoli non fu una tragica fatalità imponderabile, bensì l’effetto di un’azione umana che attende ancora un’assunzione di responsabilità morale da parte di chi ne aveva la custodia.

