L’emergenza invisibile: perché i palazzi di Napoli e provincia continuano a crollare
Non è stata la fatalità, né la straordinarietà degli eventi atmosferici a far tremare le fondamenta di Arzano. L’ultimo cedimento strutturale registrato nella provincia nord di Napoli è soltanto l’ultimo capitolo di un’antologia del disastro che si ripete, con precisione chirurgica, ogni qualvolta il territorio viene sollecitato da una perturbazione. Antonio Cerbone, tesoriere dell’Ordine degli Architetti di Napoli e coordinatore campano della Struttura tecnica nazionale della Protezione civile, è perentorio: gli edifici non crollano per sfortuna, ma per un’assenza sistematica di cura che ha trasformato il patrimonio edilizio in un gigante dai piedi d’argilla. La pioggia, in questo scenario, non è che il rivelatore finale di fragilità accumulate in decenni di inerzia, infiltrazioni ignorate e lesioni sottovalutate. Il grido che si leva dai professionisti del settore non è un semplice richiamo alla prudenza, ma una denuncia politica e civile contro la gestione attuale del costruito.
La scia di macerie nella provincia sud: da Torre Annunziata a Casoria
Il caso di Arzano non può essere letto come un episodio isolato, poiché si inserisce in una geografia del rischio che abbraccia l’intera area metropolitana, con una drammatica incidenza nei comuni della provincia sud. Il pensiero corre immediatamente al 7 luglio 2017, quando il crollo del palazzo di Rampa Nunziante a Torre Annunziata spezzò otto vite sotto il peso di macerie che parlarono di negligenza e lavori mal eseguiti. Da allora, il bollettino di guerra non si è mai fermato: Torre del Greco ha visto più di un edificio sbriciolarsi negli ultimi anni, vittima di una densità abitativa soffocante e di stratificazioni edilizie spesso fuori controllo. L’ultimo episodio in ordine di tempo a Casoria conferma che il problema non è circoscritto a una singola area geografica o a una particolare tipologia di terreno, ma riguarda un intero sistema di gestione dell’esistente. Ogni crollo è una ferita che si riapre, un promemoria di responsabilità che si interrompono lungo la catena che va dal proprietario privato alle istituzioni.
Il miraggio dei Bonus e il fallimento della prevenzione
In questi anni si è parlato molto di prevenzione e rigenerazione urbana, ma la realtà dei cantieri racconta una storia diversa. Gli incentivi statali, dal Superbonus al Sismabonus, hanno indubbiamente rimesso in moto l’economia, ma sembrano aver fallito la loro missione più profonda: la messa in sicurezza strutturale. Troppo spesso gli interventi si sono ridotti a un mero maquillage estetico. Si sono rifatte le facciate, si è investito nel cappotto termico e nell’efficienza energetica — obiettivi nobili ma secondari rispetto alla stabilità — lasciando intatti i problemi alle fondamenta o ai pilastri ammalorati. Abbiamo oggi palazzi esteticamente impeccabili, con rendering da rivista, che però nascondono “scheletri” fragili. La prevenzione non può essere un’opzione legata alla convenienza fiscale del momento, ma deve diventare un prerequisito fondamentale. Senza un monitoraggio continuo e strutturale, i bonus rischiano di essere stati soltanto un’occasione persa per rendere davvero sicure le nostre città.
La trappola dei millesimi: la paralisi dei condomini
Uno degli ostacoli principali alla manutenzione è la frammentazione della proprietà. I condomini sono diventati “cellule di conflitto” dove l’inerzia e la lite assembleare prevalgono sulla sicurezza collettiva. Proprietà divise in mille millesimi portano a una paralisi decisionale cronica: si preferisce rimandare l’intervento strutturale per evitare una spesa immediata, ignorando che il costo del rinvio sarà infinitamente più alto, talvolta tragico. Come sottolineato dagli architetti napoletani, il condominio è la seconda cellula aggregativa della società dopo la famiglia, eppure manca di una vera governance tecnica. Non esistono figure obbligatorie che monitorino la salute dell’edificio nel tempo, come avviene per le infrastrutture strategiche o per gli impianti industriali. Il passaggio degli anni e l’avanzare del degrado diventano così processi silenziosi che nessuno ha il compito legale di interrompere prima che sia troppo tardi.
Verso una legge speciale per la rigenerazione e la sicurezza
La soluzione proposta dall’Ordine degli Architetti è drastica quanto necessaria: una legge speciale per i condomini che imponga un cambio di paradigma culturale e normativo. Non è più sufficiente intervenire sull’emergenza o sgomberare edifici in extremis sotto la minaccia di un crollo imminente. Occorre istituire tecnici qualificati a cui affidare la “vita” degli stabili, rendendo obbligatorio il fascicolo del fabbricato e un monitoraggio costante. Ma la sfida va oltre la manutenzione: bisogna avere il coraggio di affrontare il tema degli abbattimenti. In un Paese che ha fatto del recupero a ogni costo un dogma, è tempo di distinguere ciò che è salvabile da ciò che non lo è. Laddove il danno strutturale è irreversibile, la demolizione non deve essere un tabù, ma parte di una strategia di rigenerazione urbana che restituisca spazi sicuri e moderni alla cittadinanza. Solo così potremo evitare che, dopo ogni tragedia, torni a splendere il sole insieme all’oblio, lasciando intatte le premesse per il prossimo disastro.

