L’intuizione de L’Unità e l’eredità di Gramsci nell’era degli algoritmi
AGORÀ, CULTURA
12 febbraio 2026

L’intuizione de L’Unità e l’eredità di Gramsci nell’era degli algoritmi

La grandezza di un martire del Novecento raccontata da Sandro Pertini a Enzo Biagi (Il video nel testo)
Raffaele Schettino

Il 12 febbraio 1924, mentre l’Italia scivolava inesorabilmente verso il crepuscolo delle libertà statutarie, un vagito d’inchiostro scuoteva le edicole di Milano e Roma. Antonio Gramsci, con la lungimiranza del filosofo che si fa editore, consegnava al mondo il primo numero de L’Unità. Era un’arma intellettuale forgiata per unire mondi allora distanti: il fumo delle ciminiere del Nord e il sudore delle zolle del Mezzogiorno. Oggi, a un secolo e due anni di distanza, quel foglio ci appare come il reperto di un’era geologica sommersa, eppure la sua anima pulsante, il “metodo Gramsci”, si rivela più attuale che mai proprio ora che il giornalismo affronta la sua più radicale mutazione: l’avvento del dominio digitale e l’impero degli algoritmi. ​

 

La scommessa di Gramsci era radicata nel concetto di “egemonia culturale”. Egli aveva compreso, prima di chiunque altro, che il potere non si esercita soltanto attraverso il comando militare o la coercizione economica, ma soprattutto attraverso la conquista del “senso comune”. Per Gramsci, le istituzioni della società civile — scuole, chiese, sindacati e, sopra ogni cosa, i giornali — erano le “casematte” di un’immensa fortezza. Chi occupava queste postazioni deteneva le chiavi della percezione della realtà.

 

Pertini, intervistato da Biagi, racconta Gramsci

 

Nel 1924, la sfida era espugnare le casematte della propaganda liberale e fascista; nel 2026, la sfida si è spostata nei fortilizi invisibili del codice binario. Oggi le casematte non sono più fatte di mattoni e rotative, ma di stringhe algoritmiche che decidono, nel silenzio di un server, cosa meriti la nostra attenzione e cosa debba scivolare nell’oblio del feed. ​In questo nuovo scenario, il giornalismo digitale rischia di ridursi a un mero esercizio di reazione.

 

Se il giornale di Gramsci era un “intellettuale collettivo” capace di dare ordine al caos e direzione alla rabbia, l’ecosistema informativo odierno somiglia spesso a una tempesta di frammenti che disorientano invece di istruire. La lezione gramsciana ci ammonisce: non esiste neutralità tecnologica. L’algoritmo, che oggi seleziona le notizie per noi in base a criteri di profittabilità e ingaggio, è il nuovo strumento di un’egemonia che frammenta la coscienza sociale invece di unirla.

 

Se L’Unità cercava di costruire un popolo, la rete rischia di produrre solo solitudini iper-connesse, chiuse in “bolle di filtraggio” dove il confronto è sostituito dall’eco rassicurante delle proprie certezze. ​Eppure, proprio qui risiede la sfolgorante attualità del pensiero del pensatore sardo. Gramsci non avrebbe temuto l’innovazione, l’avrebbe studiata per piegarla a una finalità civile. Egli esortava alla necessità di “formare l’uomo”, di trasformare il consumatore passivo di notizie in un cittadino critico.

 

Il giornalismo di oggi, per essere degno di questa eredità, deve smettere di rincorrere il clic per farsi carico di una nuova pedagogia digitale. Dobbiamo chiederci: come possiamo ricostruire una volontà collettiva nell’era dell’Intelligenza Artificiale? L’IA può generare testi impeccabili, può sintetizzare dati in millisecondi, ma non può — e non deve — sostituire la “funzione intellettuale”. L’IA non ha un progetto di società; Gramsci sì.

 

Il giornalista del futuro deve essere colui che, padroneggiando la tecnica, restituisce all’informazione la sua dimensione di “volontà organica”, capace di interpretare le mutazioni profonde del lavoro e dei diritti. ​C’è poi il tema del linguaggio. Gramsci aborriva il gergo accademico tanto quanto la vuota retorica. Cercava una connessione sentimentale con il suo pubblico, un ponte che permettesse anche agli ultimi di accedere alla complessità del mondo. Il giornalismo moderno, spesso arroccato in una torre d’avorio di tecnicismi o, al contrario, svendutosi al populismo del titolo acchiappa-visite, deve ritrovare quella “connessione sentimentale”. Essere popolari senza essere populisti: questa è la bussola.

 

In un mondo dove la verità è minacciata dai deepfake e dalla saturazione informativa, l’eredità de L’Unità ci suggerisce che la credibilità si costruisce solo attraverso un patto etico e una presenza costante nelle fratture della società. ​Infine, non si può guardare al futuro senza ricordare l’anatema di Gramsci contro l’indifferenza. “Odio gli indifferenti”, scriveva, perché l’indifferenza è il peso morto della storia.

 

Nel secolo degli algoritmi, l’indifferenza ha preso la forma del doomscrolling, dell’accettazione passiva di una realtà mediata da scatole nere tecnologiche. Celebrare i 102 anni dalla nascita di quel quotidiano significa, allora, ribellarsi alla passività. Significa pretendere che l’informazione torni a essere un luogo di conflitto fecondo e di analisi rigorosa. L’eredità di Gramsci non è una cenere da venerare, ma un fuoco da alimentare nelle nuove praterie del digitale. Perché se è vero che il vecchio mondo muore e quello nuovo tarda a comparire, è solo attraverso un giornalismo che sia ancora “scintilla intellettuale” che potremo illuminare i mostri che sorgono nel chiaroscuro del nostro tempo.