Lo specchio di silicio: se l’algoritmo diventa il confessore dei nostri figli
YOUNG
12 febbraio 2026

Lo specchio di silicio: se l’algoritmo diventa il confessore dei nostri figli

L'allarme del Cardinale Matteo Zuppi: «Ormai i ragazzi si rivolgono all'intelligenza artificiale per avere risposte»
Serena Uvale

C’è un’immagine che più di ogni altra restituisce il senso della sfida lanciata dal Cardinale Matteo Zuppi: quella di un adolescente chiuso nella sua stanza che, invece di interrogare un diario o un amico, chiede a una stringa di codice se la sua vita abbia un valore. Non è solo un tema tecnologico, è una scossa sismica che investe le fondamenta stesse della nostra identità. Quando il 25% dei ragazzi interroga l’Intelligenza Artificiale per ottenere un giudizio su di sé, stiamo assistendo alla nascita di una nuova forma di solitudine, dove l’oggettività fredda del calcolo viene preferita alla soggettività calda, e spesso fallibile, del rapporto umano.

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L’algoritmo al posto dell’altro
Il passaggio descritto da Zuppi a Bologna non è una semplice evoluzione degli strumenti di ricerca, ma un vero e proprio cambiamento antropologico. Per secoli, la costruzione dell’identità è passata attraverso lo sguardo dell’altro: i genitori, i maestri, il gruppo dei pari. Era in quel gioco di riflessi, talvolta anche dolorosi, che imparavamo a capire chi eravamo. Oggi, quel riflesso è mediato da un sistema che non ha occhi, ma solo dati. I ragazzi chiedono all’IA “come sto andando?” perché cercano un parametro che percepiscono come neutro, privo di pregiudizi, capace di una verità che l’adulto “emotivo” sembra non poter più garantire. Il rischio però è l’atrofia del senso critico: se deleghiamo a una macchina il compito di valutarci, finiamo per scambiare la coerenza statistica con la verità esistenziale. L’IA non ci conosce, ci approssima. Eppure, per una generazione cresciuta nel rumore dei social, quella voce sintetica e pacata appare come l’unico porto sicuro in un mare di giudizi sommari.

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Il dramma del vuoto empatico
L’episodio citato dal Cardinale, quello del ragazzo che ha trovato nel “fai quello che vuoi” di un chatbot l’avallo al proprio desiderio di suicidio, è l’allarme più acuto sulla natura di questo strumento. L’intelligenza artificiale non possiede una morale, ma un’architettura probabilistica. Non può “sentire” il grido d’aiuto che si cela dietro una domanda, perché non ha un corpo, non ha una storia, non ha paura della morte. Quando Zuppi parla di addestramento “umano e morale”, si riferisce esattamente a questo: la necessità di non lasciare i giovani soli davanti a uno specchio che non può restituire compassione. Le statistiche più recenti di Save the Children ci dicono che oltre il 40% degli adolescenti usa l’IA per gestire ansia e tristezza. È un grido di aiuto rivolto al vuoto. Se un tempo c’era la figura del confessore o del mentore, oggi c’è un software che risponde in millisecondi, ma che non può piangere con te. La velocità della risposta ha sostituito la profondità della presenza.

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Dalla balera al match algoritmico
C’è una nota di sottile ironia, ma anche di profonda verità, nel paragone che il Cardinale fa tra le balere di una volta e le moderne app di incontri regolate da algoritmi. I nostri nonni cercavano l’anima gemella in uno spazio fisico, mediato dal corpo, dalla goffaggine, dal profumo, dal rischio del rifiuto faccia a faccia. Quel metodo, dice Zuppi, era forse più efficace perché più umano. L’algoritmo della ricerca sentimentale promette l’efficienza, elimina l’errore, seleziona i profili in base alla compatibilità dei dati, ma ignora il mistero dell’incontro. La ricerca dell’anima gemella tramite calcolo è la metafora perfetta di una società che teme l’imprevisto e cerca di automatizzare persino il batticuore. Il passaggio dal ballo al clic non è solo un cambio di costume, è la rinuncia all’incertezza che rende viva una relazione.

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Il dovere di una nuova educazione
“Dall’intelligenza artificiale non si torna indietro”, avverte Zuppi, e ha ragione. Il problema non è lo strumento, ma la postura che assumiamo di fronte ad esso. Se l’IA diventa il parametro dell’oggettività su noi stessi, stiamo rinunciando alla nostra libertà più grande: quella di essere incompleti, imperfetti e fuori statistica. La sfida per il mondo adulto, dalla Chiesa alla scuola, dalla politica alle famiglie, non è demonizzare l’algoritmo, ma riabitare i luoghi del dialogo. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che nessuna macchina potrà mai dare un giudizio definitivo sulla loro dignità, perché la dignità umana sfugge a qualsiasi calcolo. L’educazione del futuro non sarà solo insegnare a usare l’IA, ma insegnare a difendersi dalla tentazione di crederle ciecamente. Dobbiamo tornare a essere noi quegli specchi capaci di riflettere non solo “come stiamo andando”, ma quanto siamo preziosi, proprio perché unici e non riproducibili da alcun codice binario.