Gratteri critica il Sì al referendum: “Lo votano indagati e centri di potere”
In vista del referendum costituzionale che si terrà questo marzo, il magistrato e procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che più…
Il dibattito sulla separazione delle carriere in Italia non è mai stato un esercizio di stile per giuristi raffinati, tuttavia, quello a cui stiamo assistendo in queste settimane di vigilia referendaria ha superato il confine della dialettica democratica per approdare nel territorio della delegittimazione morale. L’ultima scintilla, divampata dopo le dichiarazioni del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, non è che il sintomo di una patologia più profonda: l’incapacità di discutere del merito tecnico senza trasformare l’interlocutore in un nemico pubblico o in un complice dei poteri occulti.
Gratteri critica il Sì al referendum: “Lo votano indagati e centri di potere”
In vista del referendum costituzionale che si terrà questo marzo, il magistrato e procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che più…
Il magistrato afferma che il «Sì» alla riforma è il voto degli indagati, dei massoni e dei centri di potere, il che sembra avere il sapore di una vera e propria «scomunica civile». Gratteri sostiene di essere stato strumentalizzato («Ho detto che a mio parere voteranno certamente Sì i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura», nda). Ma il rischio concreto è che, milioni di cittadini che nutrono dubbi sull’attuale architettura del processo penale vengono spinti in un cono d’ombra, etichettati come sospetti. Dall’altra parte della barricata, c’è la politica, che non è immune da colpe. Troppo spesso il centrodestra presenta la riform a come la panacea di tutti i mali, una sorta di “liberazione” dal giogo delle procure. È una narrazione altrettanto tossica, che trasforma il “Sì” in una bandiera identitaria, un trofeo da esporre per compiacere il proprio elettorato più giustizialista o garantista a giorni alterni.
"La nuova Alta Corte disciplinare è pericolosa, perché il rischio di affidare alla politica il potere di vigilare sulla magistratura…
L’eclissi del merito sotto i colpi dello slogan
Il grande assente in questa campagna referendaria rischia allora di essere il testo stesso della riforma. La separazione delle carriere — ovvero la distinzione netta tra chi accusa e chi giudica — è un tema che tocca l’essenza dell’Articolo 111 della Costituzione sul «giusto processo». Roba molto seria, insomma. Che va a toccare la Carta Costituzionale scritta dai nostri padri fondatori. Eppure, nel tritacarne dei social e dei talk show, la complessità viene sacrificata sull’altare della semplificazione brutale. Da una parte, il diritto viene agitato dalla politica come un’arma per «pareggiare i conti» con una magistratura percepita come ostile; dall’altra, la magistratura si erge a casta sacerdotale, custode di una moralità superiore che non ammette interferenze laiche.
In questo scontro, il cittadino elettore è lo spettatore stordito di una rissa da stadio. Come si può pretendere che un elettore comprenda la differenza tra un CSM unico o sdoppiato, o le implicazioni della terzietà del giudice, se il dibattito si riduce a scegliere se stare con i “buoni” o con i “cattivi”, a seconda dei punti di vista? Il rischio è un voto basato sull’istintiva simpatia o, peggio, sulla paura di essere associati a una categoria infamante.
Lo scontro tra chi evoca lo spettro dei poteri occulti e chi quello della dittatura delle toghe sta portando il referendum verso l’ennesima occasione mancata. Un momento di alta partecipazione democratica che rischia di scivolare verso un plebiscito emotivo che non risolverà il conflitto tra poteri, ma lo cristallizzerà.
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Referendum sulla giustizia, un tema caldissimo che fino al 22-23 marzo diventerà centrale nel dibattito politico. Francesco Schettino, avvocato penalista,…
Il silenzio dei moderati e il peso del dubbio
Cosa resta, dunque, a chi vorrebbe ragionare senza urlare? Resta il dubbio che questo sistema di comunicazione stia deliberatamente allontanando le persone dai seggi (e in fondo è il gioco di qualcuno). Quando il dibattito si fa così violento, l’elettore meno schierato sceglie la fuga: l’astensione. È la sconfitta della politica e della magistratura insieme. Per ritrovare un briciolo di dignità civile, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che si può essere “persone perbene” e votare “Sì”, credendo che un giudice più distante dall’accusa sia garanzia di equilibrio. E che si può essere cittadini onesti e votare “No”, temendo che un PM isolato finisca per essere più vulnerabile alle pressioni del potere esecutivo.